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Che aria tira a scuola

La campanella di inizio lezioni non aveva ancora fatto udire il suo trillo che già le scuole italiane sono entrate in fibrillazione.
Nel corso dell’estate, infatti, il governo ha messa mano a diversi atti normativi che cambieranno in modo significativo il panorama educativo del nostro paese. Ma andiamo con ordine. Il punto di partenza è il Decreto Legge n. 112 del 25 giugno 2008, convertito in legge il 6 agosto (Legge 133). Il capo II della Legge si intitola, emblematicamente, “Contenimento della spesa per il pubblico impiego” e l’art. 64 elenca con precisione dove e come tagliare il costo dell’istruzione: tagli del personale, aumento del numero degli alunni per classe, rimodulazione degli orari, chiusura delle scuole nei piccoli paesi, ecc. Il 30% del risparmio attuato potrà tornare alle scuole mentre il resto tapperà i buchi di bilancio del paese.
Il Primo settembre viene pubblicato il Decreto Legge 137 che fornisce una prima concretizzazione della legge 133: dall’ano prossimo si torna al maestro unico alle scuole elementari. E inoltre: viene istituita la materia “Cittadinanza e Costituzione”, il voto di condotta inferiore al 6 comporta la bocciatura, la valutazione degli apprendimenti (e delle competenze !!? – e in questo caso siamo all’assurdo) andrà fatta con i voti da 1 a 10, l’adozione dei libri di testo varrà per 5 anni. E per i prossimi mesi si attendono altri interventi riferiti alle scuole superiori ed alle indicazioni nazionali.
Insomma, grandi cambiamenti sotto il cielo. Il tutto, sia chiaro, per migliorare il sistema scolastico: così dice il ministro.
Che la scuola italiana necessiti di riforme e mutamenti lo diciamo da anni. Il problema è capire se è di questi cambiamenti, frutto più delle indicazioni dei ministri Tremonti e Calderoli che del ministro Gelmini) che abbiamo bisogno.
Al di là dell’evidente motivo di fondo, legato alla necessità di risparmiare e tagliare (seppure in uno dei campi strategici per il paese), si evidenziano a mio parere almeno altri due elementi che meritano una piccola riflessione.
a)Soluzioni semplici a problemi complessi. Le scelte sin qui elencate paiono obbedire alla logica della semplificazione (del resto così si chiama il ministero di Calderoli !). Non ci si chiede come faranno i maestri tuttologi ad insegnare tutto lo scibile umano a 25-30 bambini delle elementari: si ripropone il modello che gli adulti hanno vissuto da bambini affermando che a noi non è poi andata così male. Il disagio vissuto da adolescenti e giovani non viene affrontato alla radice ma arginato con il voto di condotta e la eventuale bocciatura dei più facinorosi. Semplificare per tranquillizzare i genitori ed il mondo adulto.
b)Il furore antipedagogico. Più volte i ministri implicati in questa vicenda si sono espressi contro gli ultimi 40 anni di scuola italiana. Preda, a loro dire, di una pericolosa deriva tardo sessantottina. Così accade che 30 anni di discussioni ed acquisizioni pedagogiche nel campo della valutazione vengano azzerata in un solo giorno sostenendo che si tratta di astruse, burocratiche e cervellotiche elucubrazioni del peggiore pedagogicismo. Salvo poi compiere il terribile errore di pretendere di dare i voti anche alle competenze che, per definizione, uno possiede o non possiede (o sai cuocere un uovo o non lo sai: non è che puoi prendere 4 o 3 o 5 in “cottura dell’uovo”)
Saranno questi i sentieri che permetteranno alla scuola italiana di risalire la china? Non lo so: quello che so è che intanto si destruttura l’unica scuola che funziona e che primeggia nelle classifiche internazionali, quella elementare.
Di tutto il resto avremo modo di parlare nei prossimi mesi. Anche dell’assordante silenzio sul tema dell’educazione interculturale.

di Aluisi Tosolini

da CEM Mondialità - 30 settembre 2008


Mariastella Gelmini



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11 dicembre 2009