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Bertinotti, la Sinistra oltre il governo
Il candidato premier, intervenuto nella videochat del Corriere.it, ha tracciato le coordinate programmatiche e elettorali che guidano la nave rosso-verde nel mare della prossima sfida di aprile. A Milano si apre la campagna elettorale con il ritorno di Mussi, negli ultimi giorni lontano dalla scena politica per motivi di salute.
"Giustizia, libertà e fraternità" come "identità". Mentre "il contrario di precarietà (...) e poi pace o convivenza" come "concreti programmi politici". Queste sono le parole chiave intorno a cui ruota la politica de La Sinistra-L'Arcobaleno secondo Fausto Bertinotti. Il candidato premier, intervenuto nella videochat del Corriere.it, ha risposto alle domande dei lettori tracciando le coordinate programmatiche e elettorali che guidano la nave rosso-verde nel mare della prossima sfida di aprile, per la quale oggi è stata inaugurata anche la campagna elettorale a Milano, presso il teatro Smeraldo. Presente anche Fabio Mussi (capolista alla Camera per Lombardia1) che fa il suo ingresso nel confronto preelettorale dopo la convalescenza seguita ad un intervento medico.
Identità e programmi, si diceva, che devono sostenere la Sinistra, concepita però, spiega Bertinotti, come un "insieme di forze che ogni giorno si impegnino a portare avanti un progetto di società". Una sfida ben più alta, a suo vedere, della semplice presenza all'interno di un esecutivo, che vada oltre la smania di programmazione, perché "andare al governo non significa che quel programma sarà realizzato". In tal senso, l'esperienza fatta insieme a Romano Prodi è di insegnamento per una sinistra che sia capace di scegliere anche la piazza.
In materia economica, dopo gli allarmi per i prezzi impazziti e i salari troppo bassi, Bertinotti propone comunque la necessità di "salvaguardare il potere d'acquisto". Perciò va bene "il controllo dei prezzi", ma purchè si accompagni ad una azione su "salari, stipendi e pensioni", magari attraverso il meccanismo della indicizzazione, "diverso dalla scala mobile, ma efficace". Il senso è che qualsiasi misura stabilita per incentivare la ripresa economica, non può non partire dalla crescita delle buste paga, soprattutto dei lavoratori visto che quelle dei manager "hanno avuto negli ultimi anni un'ascesa considerevole". Del resto, ci tiene a precisare l'ex sindacalista, la sinistra durante tutto il governo Prodi ha insistito sulla non opportunità di "puntare tutto sulla riduzione del deficit ignorando i salari" ma, conclude laconico, "siamo stati ignorati".
Ad Antonio da Lecce che gli chiede quale sia la sua opinione sul "fisco amico" prospettato ieri da Walter Veltroni, il candidato premier della sinistra risponde che il tema è forviante se non si parte dal fatto che in Italia "si ha questo livello gigantesco di evasione -stimata in 200miliardi di euro l'anno". Una situazione da sanare prima di fare qualsiasi discorso sulla fiscalità "amica o nemica dei cittadini", con la coscienza però di chi debba essere il soggetto privilegiato: diminuire le tasse per i salari, "ma non certo a chi prende le stock option".
Ma il vero terreno di confronto è la precarietà, "malattia sociale del nostro tempo" la chiama Bertinotti. Su questo fronte l'azione messa in campo dalla sinistra al governo non ha convinto: "abbiamo fatto tutti gli sforzi", dice, e "una delle ragioni di dissenso con il governo Prodi è stata proprio la soluzione individuata sui provvedimenti relativi al mercato del lavoro", ma di fatto la legge 30 è ancora lì.
Che la realtà occupazionale sia drammatica, Bertinotti non lo nasconde, parlando dell'attualità del "conflitto di classe" a patto che non lo si riduca "al conflitto fra operai e imprese". Oggi, infatti, lo scontro nel mondo del lavoro riguarda diverse categorie, che il leader elenca minuziosamente: dagli operai agli impiegati, dai lavoratori automi ai tantissimi precari.
Sulla scelta di Veltroni di correre da solo, Bertinotti si dice convinto che essa scaturisce dalla crisi di governo, ammessa dalla stessa sinistra, ma a cui il Pd ha risposto con un "riposizionarsi al centro" che alla casa rossa non piace. Una crisi però, in cui le forze rosso-verdi non hanno giocato alcun ruolo: "noi ci siamo spesi al massimo nel sostegno al governo", chiude la questione. E dopo le elezioni, gli chiedono, è possibile pensare ad una intesa? "Direi di no" dice l'aspirante premier, ammettendo però al contempo che "ciò che non è possibile domani può avvenire dopodomani". Certo, per lui il partito di Veltroni rimane una creatura discutibile perché "contiene il bianco e il nero, una cosa e il suo contrario". Un cous cous difficile da digerire e che appare molto distante dalla vecchia Dc, capace "di avere la sinistra di Donat-Cattin, la destra di Andreotti e oltre, (...) laici e cattolici". Attacca il concorrente, Bertinotti, ma è disposto anche ad ammettere i limiti di casa propria: "siamo arrivati tardissimo al processo di formazione de La Sinistra-L'Arcobaleno", risponde a Luigi C. che lo interroga sul perché non siano state fatte le primarie dell'area, aggiungendo quindi che "l'istanza di democrazia richiesta dal lettore va però accolta". Il candidato premier mette poi le mani avanti sulle liste del suo schieramento, spiegando che "la loro composizione è stata qualcosa di davvero difficile" e che "quando si vedranno si capirà che sono frutto di un faticosissimo compromesso".
Sui temi che animano la polemica elettorale, dal consiglio di Berlusconi alla precaria fino alle candidature di Calearo nel Pd e di Ciarrapico nel Pdl, Bertinotti è netto. Nel primo caso si assiste, sostiene, al dominio di "una cultura che si è andata strutturando sul modello televisivo", incapace di fornire risposte politiche perché spinge a tentare "la strada della fortuna, la lotteria, la velina". In proposito di cose berlusconiane, il presidente sottolinea che "il conflitto di interessi è una cosa importante, ma la priorità è quello sociale". Sulle candidature, "sono entrambe allarmanti", però il caso Ciarrapico richiama un tema, quello dell'antifascismo, che si voleva morto e che invece è ancora giustamente molto sentito, come dimostra "una rinascita dell'attenzione verso la nostra Costituzione". E a chi gli chiede perché il Pd abbia rinunciato all'Internazionale per l'Inno di Mameli, risponde con un "si possono intonare entrambi". Del resto la patria è un concetto importante che però "va rivisto", soprattutto perché è "difficile utilizzare questo termine in un paese dove la parola patria è stata stravolta dal fascismo", dice. Così come rivisto è il simbolo della falce e martello: "teniamocelo", dice, "ma portiamolo anche a fare la storia", magari facendolo rivivere "in questo arcobaleno come frutto di liberazione, un'allegria colorata per costruire una nuova prospettiva di sinistra".
Marzia Bonacci
da www.aprileonline.info - 14 marzo 2008