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Attualità del "Socialismo Liberale"

Pubblichiamo la relazione che S. Sylos Labini ha svolto lo scorso 28 giugno, nell'ambito di un convegno sul "Socialismo Liberale"avuto luogo a Roma, nella "Sala del Cenacolo" della Camera dei Deputati.

In questa relazione cercherò di mettere nella massima evidenza il ruolo dell'intervento pubblico nei processi di innovazione e nella crescita dell'economia, ponendo un'attenzione particolare sulla domanda pubblica di nuove tecnologie. Questo perché il cambiamento tecnologico, cioè lo sviluppo e la diffusione delle innovazioni nel sistema di produzione e nella società, dipende in modo rilevante anche dalle scelte e dagli obiettivi delineati in sede politica e di governo...

Poi mi soffermerò sui rapporti tra lo Stato e le imprese che operano in settori strategici, qual è appunto il settore energetico, per dimostrare che lo Stato deve essere presente nella definizione degli obiettivi e nelle strategie di investimento delle grandi imprese energetiche. Come ci insegna il Socialismo Liberale, l'intervento pubblico può indirizzare gli “Spiriti Animali” del capitalismo verso obiettivi di più lungo periodo che hanno ricadute positive sull'intera collettività.

Diversi economisti americani hanno sottolineato che la spesa federale è stata uno dei fattori più importanti alla base della forte crescita economica degli Stati Uniti nel dopoguerra. L'intervento pubblico si è esplicitato in primo luogo attraverso il settore militare, che ha costituito il principale finanziatore della "ricerca e sviluppo" e la principale fonte di domanda di nuove tecnologie, in particolare semiconduttori, microelettronica, macchine a controllo numerico, intelligenza artificiale, nuovi materiali, laser, trainando la crescita dell'informatica e delle telecomunicazioni.

Così negli Stati Uniti — il Paese preso come riferimento da tutti i fautori del liberismo — l'intervento pubblico ha avuto la funzione di promuovere la ricerca e di creare una nuova domanda, cioè nuovi mercati, favorendo la crescita di settori e di imprese innovative; crescita che in assenza di una tale domanda sarebbe stata molto più lenta e difficoltosa. Se non vi è una domanda consistente, infatti, le imprese private trovano scarso interesse a progettare, finanziare e realizzare gli investimenti innovativi, dal momento che i rendimenti degli investimenti non sono abbastanza elevati e i ritorni richiedono tempi troppo lunghi.

Dunque, l'esperienza americana smentisce le tesi di coloro i quali sostengono l'inutilità dell'intervento pubblico nello sviluppo dell'economia, intervento che porterebbe a uno spreco di risorse e ostacolerebbe gli investimenti privati. Non è così, quando le spese sono funzionali al conseguimento di precisi obiettivi — nel caso degli Stati Uniti obiettivi di predominio militare, politico e tecnologico — e avvengono in un'economia di mercato, cioè in un'economia capace di sfruttare da un punto di vista commerciale le opportunità generate dal progresso scientifico e tecnologico.

Anche nell'Unione Sovietica durante la Guerra Fredda la spesa militare aveva raggiunto valori molto elevati ed erano state realizzate grandiose innovazioni che avevano consentito di mandare gli uomini nello spazio e di far crescere una potente industria nucleare. Ma nel blocco comunista l'assenza di un meccanismo di mercato non ha consentito che venissero messi in moto quei processi di diffusione delle innovazioni nel settore industriale e nel settore civile.

Se, allora, in un'economia di mercato vengono riconosciute l'importanza e il carattere strategico della domanda pubblica per far sviluppare nuove attività, nuove tecnologie e nuovi prodotti, in Europa si potrebbe pensare di promuovere ad esempio: la costruzione di grandi impianti per il riciclaggio dei materiali, per lo smaltimento non inquinante dei rifiuti non riciclabili, per la depurazione delle acque; la sostituzione dei mezzi di trasporto pubblici a gasolio con quelli ibridi, elettrici, a biocombustibile, ad aria compressa, a idrogeno; la diffusione di impianti che permettono di ottenere energia "pulita"; la sostituzione delle materie plastiche e dei prodotti chimici con i prodotti biologici e biodegradabili; l'agricoltura biologica, la difesa del suolo e la riforestazione.

Considerando i problemi di bilancio di gran parte dei paesi dell'Euro, il finanziamento della domanda pubblica potrebbe avvenire anche attraverso il credito che l'Unione Europea può procurarsi sui mercati finanziari. Fin quando gli “Stati Uniti d'Europa” non diverranno realmente uno stato federale con un ministero del tesoro e un ministero delle finanze sovranazionali, si potrebbero utilizzare le riserve valutarie delle Banche Centrali dei paesi dell'Euro come fondo per garantire emissioni obbligazionarie di durata decennale.

Passando al secondo punto della relazione, sui rapporti tra lo Stato e le imprese, vediamo che negli Stati Uniti le forze di mercato sono anche forze politiche che influenzano le decisioni del governo americano. Le grandi compagnie petrolifere grazie ai loro notevoli mezzi finanziari hanno sostenuto l'ascesa di Bush II il quale si è subito schierato contro l'accordo di Kyoto ed ha fatto capire chiaramente che gli Stati Uniti avrebbero rilanciato le spese nel settore militare (il progetto dello scudo spaziale). Gli attentati dell'11 settembre 2001 hanno poi spianato la strada verso un intervento militare dapprima in Afghanistan e poi in Iraq, la regione che dopo l'Arabia Saudita possiede le più ampie riserve di petrolio. Così, pezzi del settore privato sono riusciti a condizionare la gestione del potere pubblico e il governo - attraverso la politica estera, la spesa pubblica, il fisco e la legislazione - ha assecondato gli interessi delle grandi compagnie petrolifere, del complesso militare-industriale e dei grandi fondi finanziari. Ma il condizionamento del settore privato sulle politiche pubbliche ha alimentato un conflitto di interessi. Infatti, la crescita del prezzo del petrolio ha favorito le grandi compagnie petrolifere le quali hanno aumentato i profitti e il fatturato, ma ha danneggiato l'economia americana in quanto è peggiorato il deficit commerciale poiché gli Stati Uniti importano oltre il 50% del petrolio che consumano, si sono innescati fenomeni inflazionistici e si è determinata una spinta verso la risalita dei tassi d'interesse con conseguenze negative sulla crescita del reddito nazionale e sul valore del dollaro.

Ben diversa è la situazione che si è venuta a creare in Russia, uno dei maggiori esportatori mondiali di gas e petrolio. Qui lo Stato ha ripreso il controllo azionario delle grandi imprese energetiche, che sono diventate il braccio operativo delle politiche pubbliche. La gestione non solo economica ma anche politica delle fonti energetiche insieme con la ripresa dell'economia hanno permesso al governo Putin di rilanciare il ruolo della Russia sullo scacchiere internazionale.

In sintesi, sia in Russia che negli Stati Uniti esiste un collegamento strettissimo tra lo Stato e le grandi imprese energetiche, ma, mentre in Russia le aziende energetiche dipendono dal potere politico, in America il potere politico viene ad essere pesantemente condizionato dalle grandi compagnie petrolifere.

Le grandi imprese energetiche private dei paesi occidentali importatori di energia, in un contesto di continua espansione della domanda di energia e di forte incremento dei prezzi e dei profitti, non sono state molto propense ad investire in ricerca e sviluppo, a diversificare le fonti energetiche e ad effettuare massicci investimenti nell'innovazione tecnologica. Le compagnie petrolifere e le imprese energetiche hanno una quota di spese in R&S che generalmente non arriva a toccare l'1% del fatturato, mentre esistono grandi imprese ad alta tecnologia che arrivano ad investire in R&S il 15% del fatturato. Oggi gli obiettivi principali delle imprese energetiche sono quelli di acquisire ulteriori quote di mercato attraverso operazioni finanziarie, di distribuire dividendi agli azionisti, di riacquistare azioni proprie per difendersi dalle scalate e di incrementare le stock options per il management. Ciò comporta dei rischi molto seri in un periodo come quello attuale in cui cresce l'allarme sull'effetto serra e la pressione sui combustibili fossili è in aumento sia per la crescente domanda di Cina e India, sia per l'instabilità delle aree di estrazione (Medio Oriente, Nigeria), sia per la nuova politica energetica della Russia. La situazione potrebbe cambiare se si verificasse un forte aumento del prezzo del petrolio, il che porterebbe ad una situazione di inflazione con recessione come accadde negli anni '70, oppure con interventi fiscali volti a tassare i combustibili fossili e a detassare le tecnologie alternative o, ancora, se venissero realizzate grandi innovazioni tecnologiche. Senza un mutamento nel rapporto tra i prezzi dei combustibili fossili e i prezzi delle fonti rinnovabili e dei prodotti a basso impatto ambientale, difficilmente si avranno modificazioni radicali nei modelli di consumo e nelle decisioni di investimento delle imprese.

In conclusione, la necessità di accelerare la transizione da un'economia che si fonda sui combustibili fossili verso un'economia che sia basata in misura maggiore sulle fonti rinnovabili e che punti sul riciclaggio dei rifiuti, sul risparmio e sull'efficienza energetica, fanno ritenere opportuno un rilancio dell'intervento pubblico sia sul lato della domanda che su quello dell'offerta.

Stefano Sylos Labini

da www.megachip.info - 4 luglio 2007



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11 dicembre 2009