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Per le strade di Vicenza
Un enorme corteo pacifico ha sfilato per dire no alla base
Vicenza. C'era tanta, tantissima gente. Si aspettavano quarantamila persone, ne sono arrivate il doppio, secondo le stime della questura, e molte di più secondo gli organizzatori, che danno una cifra fra i 150mila manifestanti e i 200mila manifestanti. Tutti lì per dire no al raddoppio della base statunitense. Un grosso corteo pacifico, che ha smentito tutti i timori e gli allarmismi della scorsa settimana.
Chi c'era. C'erano i vicentini, naturalmente. In testa al corteo, nelle strade, alle finestre con cucchiai e pentole, per “difendere la nostra città”. Stringevano la mano, i vicentini, a chi è venuto da Milano, Bologna, Crotone: “Grazie di essere qui con noi, di essere qui per noi”. Per loro, e non solo: c'era il movimento contro la guerra, gli antimilitaristi, c'erano quelli come Emergency, che gli effetti della guerra vedono ogni giorno, c'erano tutti quelli che si oppongono al raddoppio di una base militare che servirà ad esempio, come ha dichiarato il presidente Bush, a mandare i soldati a combattere, uccidere e morire in Afghanistan. C'erano centinaia di sigle, impossibile nominarle tutte, note e meno note: dalle Donne in nero all'Arci, passando per i cattolici e i collettivi universitari, gli Scout e il Movimento uomini casalinghi. C'era la Cgil, con un servizio d'ordine di mille e cinquecento persone. C'erano semplici cittadini, senza un'organizzazione, con i loro manifesti fatti in casa. C'era un ragazzo vestito da sposa, con un lungo velo di tulle e il cartello “Non sposo la guerra”. C'era quello che sul cartoncino si interrogava: “Hanno promesso 'niente aerei'. Hanno già il teletrasporto?”. C'erano cartelli in cui l'ironia si mescolava all'amarezza: “Il Cermis l'hanno fatto gli ultras catanesi, chi dice il contrario è un terrorista e gli puzza l'alito”. C'erano i cittadini statunitensi contro la guerra, con le bandiere in cui le stelle lasciano il posto al simbolo della pace. Applauditi, molto, dagli altri manifestanti, che si rendevano conto di quanto importante fosse la loro presenza, per un corteo che vuole essere sì contro la politica del governo Usa, ma in nessun modo “antiamericano”. C'erano bambini, preti, casalinghe, studenti, pensionati. C'erano, ma non si vedevano, i duemila agenti di polizia, carabinieri e guardia di finanza incaricati di mantenere l'ordine nella manifestazione che era stata definita gravida di rischi. C'era qualche politico, e c'era qualche cretino.
A occhio e croce. Un gruppo di sette ragazzi portava un cartello con scritto “Fuoco alla Nato”. Una bambina sui dieci anni ci passa davanti e commenta “La Nato fa la guerra, ma se questi scrivono 'Fuoco alla Nato' si mettono allo stesso livello, no?”. Sì. C'era anche l'“ignobile striscione”, come è stato definito dal ministro Amato, che chiede libertà per i “rivoluzionari” arrestati. Dietro, uno sparuto gruppo di persone che non vogliono farsi fotografare. Un altro striscione dello stesso tenore, un altro gruppetto che si perde nel mare di persone che hanno affollato Vicenza. Curiosamente, sui principali telegiornali nazionali, questi striscioni si sono allargati a dismisura. Meritano di entrare nel titolo di apertura del Tg3, ad esempio, meritano ampio spazio sul Tg5. Quanti erano, dietro gli “ignobili striscioni”? Venti, quaranta, cinquanta persone? Su ottantamila manifestanti, per tenersi alle stime più basse. Quanta parte del corteo, per il resto pacifico, divertente e divertito nonostante la fermezza delle richieste? Fatte le debite proporzioni, a occhio e croce, una percentuale inferiore a quella del numero di condannati in via definitiva che siedono nel Parlamento italiano: qualche imbecille, e forse anche qualche delinquente, si trova dappertutto.
Cecilia Strada
da www.peacereporter.net – 17 febbraio 2007