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Mauricio Funes, la speranza di El Salvador

Mauricio Funes ha giurato ed è entrato in carica come nuovo presidente di El Salvador: “il popolo vuole il cambio e il cambio comincia adesso e vuol dire sconfiggere la povertà, il conservatorismo, la marginalità, la disperazione e la mancanza di prospettive per la gioventù”. È un momento storico nel piccolo paese centramericano che cerca, per la prima volta in pace e democrazia, la propria via alla giustizia sociale. E attaccando i governi neoliberali del passato Funes ha dato inizio nel nome di Oscar Romero al suo mandato che avrà come primo obbiettivo l’inclusione della cittadinanza, la crescita dello stato sociale e la modernizzazione della nazione.

El Salvador è uno dei più piccoli e densamente popolati paesi del mondo e del continente. Grande come la Toscana, è abitato da 8 milioni di persone. L’eredità della guerra civile, degli squadroni della morte e di ulteriori vent’anni di disastro neoliberale è ancora pesantissima, segnata dall’ingiustizia sociale, disoccupazione, violenza urbana a livelli altissimi, emigrazione.

A cambiare il paese ci prova adesso Mauricio Funes, un giornalista che è il primo non guerrigliero alla testa del Frente Farabundo Martí (FMLN). Prima della cerimonia di giuramento, dove tutto il popolo dell’FMLN ha intonato i canti tradizionali della forte sinistra rivoluzionaria salvadoregna, tra i quali “El pueblo unido jamás será vencido” dei cileni Quilapayún, si è recato nella cripta della cattedrale di San Salvador, a rendere omaggio alla tomba di Oscar Romero, il vescovo assassinato dagli squadroni della morte del partito di destra ARENA nel 1980 al quale in maniera simbolica Funes dedica il suo mandato.

Classe 1959, volto televisivo del paese, non aveva militanza politica durante la guerra civile ma durante e dopo si distinse per denunciare corruzione e violenza come giornalista fino ad essere licenziato dal canale privato per il quale lavorava e vedersi fare terra bruciata intorno da tutti i media del paese allineati col potere politico ed economico tradizionale.

Nel suo discorso d’insediamento Funes ha chiarito una volta di più quelli che considera i suoi due principali alleati per un nuovo inizio in Salvador: il presidente brasiliano Lula da Silva e quello statunitense Barack Obama. In particolare il primo è il punto di riferimento privilegiato: economia di mercato e rassicurazioni agli investitori stranieri che il Salvador non rischia una deriva alla boliviana, ecuadoriana e venezuelana. Lo farà, ha dichiarato, con un piano di emergenza che, partendo dalla banca pubblica, dovrebbe fomentare soprattutto la microimpresa e creare 100.000 posti di lavoro in 18 mesi.

Nonostante la moderazione della figura e del programma di Funes e l’eterodossia del personaggio, il suo insediamento è un momento storico per la sinistra, per El Salvador e per l’intera regione centroamericana. Gli oligarchi che hanno malgovernato il paese durante tutto il corso della sua storia, che giustiziarono Agustín Farabundo Martí nel 1932 e mezzo secolo dopo assassinarono sull’altare Oscar Romero e hanno imposto anche dopo la pace di Chapultepec del 1992 e fino a ieri la lunga notte neoliberale, sempre appoggiati e manovrati dagli Stati Uniti per quanto orrendi fossero i crimini da questi commessi e intollerabile la corruzione e il malgoverno, per la prima volta non sono più al potere. Quella che porta al governo Mauricio Funes è pertanto una straordinaria vittoria dei settori popolari coscienti di El Salvador e del Frente Farabundo Martí la perseveranza e la dignità del quale nel sapersi trasformare da guerriglia in forza politica è da considerare un esempio. Adesso per il Pollicino d’America viene la prova del governo.

Gennaro Carotenuto

da www.giannimina-latinoamerica.it - 2 giugno 2009

Mauricio Funes

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11 dicembre 2009