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La bomba sociale dei ribelli greci
«Sono ragazzini, figli di papà, con abiti firmati, quelli che si scontrano con la polizia» ha scritto l'inviato di Repubblica ad Atene. Il tentativo di denigrare è chiaro. Li ha visti, ha aggiunto. Forse da lontano. E sicuramente, come tanti altri pronti a penalizzare i rivoltosi, non ha cercato di parlare con loro. Per vedere cosa sentono, come pensano. Chiaro è anche il tentativo della destra di mezza Europa di criminalizzare i giovani, con o senza cappuccio. Di separarli in buoni, i manifestanti «pacifisti», e cattivi, quelli che rompono le vetrine. Di isolare la loro voce. O meglio il grido dei protagonisti di questa esplosione dell' ira di Atene. Sono loro, non gli «anarchici», che lanciano sassi e bottiglie molotov, che agiscono con violenza, definita da politici ed esperti di perbenismo, cieca, senza obiettivi.
Cieca potrebbe essere se avessero provocato vittime, se non avessero suscitato questo scalpore, questo grande interrogativo che torna sulle responsabilità di una società, questa sì cieca e senza obiettivi. Certo, i giovani minorenni, gli studenti delle scuole medie e superiori, ma anche quelli universitari agiscono più per passione che in base ad un progetto politico. E la passione certe volte può essere distruttiva.
Ma basta parlare con alcuni dei migliaia che lanciano sassi, con il volto coperto o non, contro le forze speciali della polizia per capire la loro rabbia, disperazione, agonia, preoccupazione. Perché il padre è stato licenciato, o rischia di essere licenziato, e non riesce a trovare un altro lavoro. Perché a casa sentono dai loro genitori che con le bustarelle si può ottenere tutto, che le banche rubano, che devono pagare le rate del mutuo, le tasse e che i soldi non bastano più. Basta poco per capire che studiano tanto, ma a vuoto a causa di un sistema d'istruzione anacronistico. E sentirli con la loro ansia di prendere una laurea, carta straccia senza alcun valore. Perché i giovani sanno a priori, nonostante tutti gli sforzi, i loro e della famiglia, che sono i futuri disoccupati, e magari senza pensione. E solo se conoscono qualche politico potrebbero ottenere un posto di lavoro, anche quello malpagato. Perché ascoltano dalla televisione gli scandali di una classe politica corrotta e promesse da gente che si è arrichita in poco tempo. Perché mettono il passamontagna per non farsi identificare da uno stato poliziesco che ha una lunga tradizione in Grecia, pur sapendo, come si è visto anche in questi giorni, che incappucciati in borghese sono stati i poliziotti, che così spesso provocano incidenti. Uno stato poliziesco che in nome della sicurezza, ferma, maltratta, arresta e uccide, proprio tra i giovani. Perché il caso di Alexis, la vittima di Atene, non è un fatto isolato.
Così una generazione finora muta, considerata senza alcun interesse per il presente e per il suo futuro, è esplosa. È diventata l'iceberg di un malcontento generale, una «bomba» sociale. «Non uccidete la nostra irruenza. Non buttateci lacrimogeni. Piangiamo anche da soli», scrivono in una lettera gli amici di Alexis.
Pavlos Nerantzis
da www.ilmanifesto.it - 13 dicembre 2008