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Uccisero un giovane disarmato assolti i tre poliziotti di New York

Sulla vittima 50 colpi di pistola, protesta della comunità nera.

«Come ha detto? Non colpevoli? Il giudice ha detto davvero che non sono colpevoli?» si sente chiedere una voce di donna dai banchi del tribunale di Queens. Suo Onore Arthur Cooperman ha appena finito di annunciare a un´aula stipata e ammutolita dallo sbalordimento l´assoluzione di tre agenti di polizia processati per aver piantato 50 proiettili nel corpo di un uomo, naturalmente nero, all´uscita da un locale notturno.

Non è sordità, quella della donna che grida, è incredulità. È shock davanti alla scoperta che cinquantuno proiettili sparati contro un uomo che non aveva fatto nulla, non costituiscono omicidio e neppure «uso eccessivo» di forza. Nera è la notte e neri sono i suoi caduti.

New York anno 2008. Anno nuovo, secolo nuovo, millennio nuovo, sindaco nuovo e storia vecchia, sempre lo stesso film di guerra tra the men in blue, gli agenti di polizia che seppelliscono 140 dei loro colleghi uccisi in servizio ogni anno, due soltanto a New York, e la notte nella quale devono combattere un nemico che non esita a uccidere, come loro non esitano a uccidere. Il caso della Città di New York, della quale il borgo di Queens fa parte, e i tre detective Gescard F. Isnora, Michael Oliver e Marc Cooper incriminati e assolti per l´omicidio del ventitreenne Sean Bell all´uscita da un night club, è il perenne remake di un dramma senza mai lieto fine.

«Il solo risultato certo di questa vicenda - ha commentato il sindaco Bloomberg, che senza essere un fanatico come Rudy Giuliani non è certamente un´anima tenera - è che hanno perso tutti. Un ragazzo di 23 anni ha perso la vita. Le sue due bambine hanno perso un padre. La fidanzata ha perso il futuro marito. I genitori hanno perso un figlio».
Era la sera prima del matrimonio, quel 25 novembre del 2006, quando Sean Bell uscì dallo strip club dove aveva festeggiato, con amici e povere pitonesse nude avvinghiate per i guardoni attorno alle pertiche di ottone, l´addio al celibato. Il «Kalua», locale dal nome esotico in uno dei quartieri meno esotici di Queens, chiamato Jamaica, accanto a magazzini abbandonati, finestre sventrate e scali ferroviari, è sempre sorvergliato da poliziotti in uniforme, detective in borghese, auto pattuglia e auto civetta.

Quando lascia il locale, Sean è ciucco perso. Un amico gli toglie le chiavi dell´auto, lo avverte di comportarsi bene, perché fuori dal locale i «cops», i piedipiatti, sono fitti come zanzare d´estate e cercano pretesti per arrestare chiunque li guardi storto.
Sean vacilla sul marciapiedi. L´alcol lo rende bullo, invulnerabile. Si tiene una mano sotto la giacca, come se avesse una pistola che non ha, fa il gradasso. Un detective in abiti civili ne ha compassione, lo avvicina, «cammina, cammina, vai via in fretta», gli raccomanda, e il ragazzo che sette ore più tardi avrebbe dovuto sposarsi sembra dargli retta.

Sale sulla utilitaria Nissan Altima dell´amico che schizza via. E va a sbattere contro un furgone bianco della polizia che incrociava lentamente nel quartiere. La Nissan tenta un marcia indietro e picchia con un´altra auto della polizia che stava sopravvenendo. Una voce grida «è armato, è armato». Accorrono altri poliziotti, altre auto in quella stradina stretta, la Liverpool street. Sean cerca di aprire la portiera, ma dalle armi sfoderate dalla dozzina di agenti ormai attorno parte una sparatoria da «Dirty Harry», da «Bonnie and Clyde», da «Mean Streets». Una sequenza da Bagdad liberata.

Lui incasserà 50 colpi partiti dalle armi d´ordinanza di Gescard Isnora e Michael Oliver, che svuotano e riarmarono con calma i caricatori. Il suo vicino ne prenderà tredici nel fianco sinistro, sopravvivendo. Tre agenti, Gescard F. Isnora e Marc Cooper (afroamericani) e Michael Oliver sono incriminati con una mezza dozzina di imputazioni e il loro avvocato sceglie di non chiedere la giuria popolare ma di affidarsi, come la procedura gli consente, al giudizio del magistrato. Il processo dura sette mesi, fra decine di deposizioni che il giudice troverà «poco credibili» e «contraddittorie», decidendo che gli agenti avevano avuto «ragionevoli motivi» per scaricare le loro armi. Non colpevoli.

Fuori dal tribunale un gruppo di dimostranti neri grida all´infamia e all´ingiustizia, mentre l´arruffapopolo di professione, il reverendo Al Sharpton, intona sermoni contro lo stato di polizia razziale. New York è in allerta per possibili sommosse, che non accadranno. La città è dalla parte della polizia.

Alla fine, lavato da tempo il sangue dalla Liverpool Street, riaperto il Kalua, tornati i clienti e le contorsioniste della pertica, non è successo nulla che non fosse accaduto mille volte e che non potrà accadere questa notte. Se fosse ancora vivo, Amadou Diallo lo potrebbe testimoniare. A 23 anni, era legalmente immigrato dalla Guinea Bissau, vendeva carabattole di giorno sui marciapiedi di Manhattan e studiava biologia alla sera. Fu abbattuto da 41 pallottole perché quattro agenti lo avevano scambiato uno stupratore ricercato. I quattro agenti furono assolti. Nella notte, e anche di giorno, tutti i neri sono neri.

Alcuni sono anche «negri di merda», come gridarono gli uomini in blu che ficcarono il manico di uno scopino da gabinetto nel sedere di Abner Louima, haitiano, sfondandogli l´intestino e la vescica e portandolo a un passo dalla morte per setticemia, infezione diffusa del sangue. Il detective Justin Volpe, del 70esimo commissariato di Brooklyn, se lo lavorò con cura, in mezzo a una dozzina di colleghi divertiti ed eccitati dalle sue urla. Luoima, sposato e padre di due figli, sopravvisse al trattamento.

I quattro agenti, compreso Justin Volpe, furono assolti in appello dall´accusa di «brutalità». Mentre torturavano l´haitiano, accusato di avere tentato di dare uno schiaffo a un agente, nel 70esimo commissariato gli ripetevano: «Fallo sapere a quegli scarafaggi dei tuoi amici, questa è la New York di Giuliani, per voi la festa è finita». È finita anche per Giuliani, la festa, ma meno dolorosamente.

Vittorio Zucconi

da la Repubblica del 26 aprile 2008

La fidanzata di Sean Bell lascia la corte in lacrime


Sean Bell con la sua famiglia


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11 dicembre 2009