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Bhopal, un’ingiustizia lunga venti anni

Diritti umani. Il 3 dicembre 1984 una micidiale nube tossica spazza via 22 mila anime. Resta ancora impunito il colpevole: un’azienda americana di pesticidi, la Union Carbide

Bhopal, India, 3 dicembre 1984. E’ notte. Mezzanotte e mezza circa. Una notte terribile. Il risveglio odora di morte, pesante, orribile come quella micidiale nube tossica che ha spazzato via 22 mila anime. Di notte. Il momento della pace, dei sonni tranquilli, dei sogni. E invece è un incubo reale quello che sconvolge l’esistenza di questa città, che strappa il respiro, soffoca, fa tossire incessantemente, che ammazza migliaia e migliaia di vite, senza motivo, senza senso, senza poter reagire. E’ la disgrazia dei poveri e degli indifesi. Il più grande disastro chimico della storia.

La città indiana si spegne nella notte quando il gas si diffonde nell’aria. Circa 40 tonnellate tossiche fuoriescono dai serbatoi di stoccaggio dell'industria di pesticidi dell'americana Union Carbide (UCC), acquisita in seguito dalla società Dow Chemical. E buia come la notte arriva la morte. Decessi di cui ancora non si conoscono i colpevoli, le responsabilità. Ancora si implorano i risarcimenti, la bonifica dei territori. Si protesta, ancora si ha voce per urlare, per imprecare. Bhopal, un popolo stremato senza diritti, che a venti anni da quell’incubo, porta il segno indelebile di una sciagura terribile, una cicatrice enorme, che non va via. Come il ricordo che squarcia ancora la vita di chi è sopravvissuto alla morte, alla tragedia, alla disperazione.

Qualche mese fa gli scampati al disastro manifestano dinanzi al Parlamento indiano a New Delhi proprio per sollecitare lo sblocco della situazione. Altri intraprendono uno sciopero della fame. Nella Bhopal di oggi, cento mila persone soffrono di malattie croniche. Il Consiglio indiano per la Ricerca ha ufficialmente affermato che tra le 520 mila persone intossicate dalla nube quella notte, tra le 50 e le 70 mila hanno subito danni permanenti. E il pericolo sta ancora nelle acque, il gas pare averle contaminate.

Amnesty International denuncia in un rapporto: una catastrofe in termini di diritti umani. E, cosa assurda: nessun colpevole. Il presidente della Union Carbide, Warren Anderson, fu accusato di negligenza e incolpato della tragedia. Dopo due anni di scandali scappò dall'India e si ritirò in Florida. Su di lui grava un mandato di cattura internazionale.

Gli Stati Uniti hanno rifiutato la richiesta per la sua estradizione, precisando la natura burocratica di ciò. Amnesty denuncia ancora che le imprese responsabili del sito ''rifiutano di comparire davanti al tribunale indiano'' e che la ''UCC fu responsabile di una serie di incidenti prima della fuga di gas''. Ancora caos nella distribuzione del denaro. Pare che la Suprema Corte indiana ha stabilito di iniziare a partire dal 15 novembre scorso, respingendo la tesi della Commissione statale del welfare, secondo la quale la distribuzione del denaro non avrebbe dovuto avere inizio prima di terminare l'esame delle 11 mila domande di risarcimento ancora in sospeso. Fatti assurdi. Una somma totale di circa 350 milioni di dollari. L’Union Carbide dei circa 470 milioni di dollari, ha distribuito solo una piccola parte.

Ingiusto. E sono passati venti anni.

Maria Murone

da www.aprileonline.info



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Disclaimer Ultimo aggiornamento
11 dicembre 2009