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C'è strage e strage

C'è strage e strage. C'è quella che ogni giorno viene raccontata sui giornali, all'esito delle udienze del processo che è in corso, e mi riferisco al dibattimento per gli atroci assassini di Erba, e c'è quella che pure è oggetto di esame processuale, e stavolta siamo a Brescia per l'eccidio della famiglia Cottarelli, ma della quale sui giornali non si trova traccia. La prima strage pare essere conseguenza pura della follia umana, espressa nei sorrisi degli imputati, Olindo e Rosa, che nella gabbia dell'aula della Corte di Assise di Como danno spettacolo, la seconda sarebbe frutto di una truffa andata a male.

A Como ciò che emerge è quello che talvolta i rapporti di vicinato possono davvero diventare a rischio, a Brescia che un fiume di soldi pubblici, che servivano in parte a creare imprese in Sicilia e in parte a pagare mazzette e campagne elettorali, tra Palermo e Roma, d'improvviso si è fatto di colore rosso sangue per la morte di tre persone, due delle quali certamente con quel maxi giro truffaldino non avevano nulla da che spartire. Per la verità la strage di Angelo Cottarelli e dei suoi familiari, sua moglie Marzenne e il loro figlio Luca di 17 anni, dalle cronache dei quotidiani è sparita dall'indomani di quando si scoprì che era infondata la pista battuta per vox populi, e cioè quella di un triplice delitto compiuto da extracomunitari che la mattina del 28 agosto 2006 entrarono in una villa di Urago Mella (periferia di Brescia) per compiere una rapina. Fino a quando si pensava a extracomunitari, albanesi o rumeni, assassini, campeggiavano titoli cubitali su parecchi quotidiani, spariti quando invece la Polizia accertò che quegli omicidi erano stati compiuti da siciliani e più che altro ciò che pare indusse a smorzare i toni il fatto che erano maturati nell'ambito di una maxi truffa che toccava imprenditori, burocrati, ministeri ed assessorati regionali, professionisti, commercialisti e avvocati, e anche faccendieri in grado interloquire con politici importanti.

Ed allora la cosa, l'ovattato silenzio, può essere giustificato fino a quando ci sono indagini in corso, ma adesso che c'è il processo e si parla di tre morti straziati, alla pari di quelli di Erba, e ogni giorno il processo di Brescia presenta certi risvolti, colpisce il fatto che nessuno ne parli. Tranne un paio di quotidiani regionali, uno in Sicilia e l'altro dell'hinterland di Brescia, qualche servizio-reportage (l'unico è stato quello di Alessandro Sortino su "La 7"), per il resto l'uccisione della famiglia di Angelo Cottarelli non interessa nessuno. Eppure lì dentro stanno molte delle chiavi in grado di aprire le porte dietro le quali si nascondono i meccanismi delle truffe ai danni dei fondi pubblici nazionali. Il modus operandi è il solito per tutte, fatture false o gonfiate, controlli e collaudi inesistenti, tangenti e mazzette per oliare i circuiti.

Chi tiene le fila quasi sempre è o sono le stesse persone, funzionari pubblici e burocrati ministeriali che mettono i loro servigi a disposizione dei politici di turno, di qualsiasi colore politico, loro, i funzionari, fanno lievitare così i loro guadagni mensili, i politici possono gestire meglio le loro clientele, e possono contare su soldi utili per le campagne elettorali. Tutto questo sta venendo fuori dal processo di Brescia dove sono imputati due cugini di Paceco, Vito e Salvatore Marino, il primo figlio e il secondo nipote di un boss mafioso, Girolamo, ucciso a metà degli anni '80 dall'emergente capo mafia Matteo Messina Denaro.

La mafia in questa truffa non c'entra nulla, Vito Marino si era messo a fare l'imprenditore grazie ai terreni ereditati dal padre che perchè morto riuscì a sfuggire ad ogni confisca, ed aveva trovato in canali giusti per ottenere una serie di finanziamenti pubblici. Riuscì a non mettere di suo una sola lira, investimenti a totale carico dello Stato grazie a patti territoriali e legge 488, grazie a fatture false e gonfiate riuscì pure a mettere da parte un certo gruzzolo, potendosi permettere di andare ogni settimana al lotto a giocare sui numeri ritardatari spendendo i soldi che nel frattempo si ritagliava dai finanziamenti. È di sua proprietà una magnifica e super moderna cantina vinicola, sulla carta costata 12 milioni di euro, a conti fatti non ne sono stati spesi più di 4 milioni. E le cose gli andavano bene fino a quando un controllo tributario non fece scoprire che molte cose non andavano per il verso giusto.

Quando l'inchiesta partì si scoprì che le fatture false a Vito Marino venivano garantite da un gruppo di imprese bresciane, sotto il controllo di Angelo Cottarelli. Con Vito Marino pare che Cottarelli fosse rimasto in debito di 1 milione di euro e quel giorno di Agosto Vito Marino andò di buon mattino a casa Cottarelli per riprendersi quel denaro. Restando a mani vuote con il cugino fece strage di quella famiglia. Nel processo di Como ha suscitato impressione la scena raccontata del figlioletto di Raffaella Castagna che fugge per i corridoi della sua casa inseguito dai coniugi Canali per uccidere anche lui. A Brescia a suscitare raccapriccio è stato il racconto di un soccorritore entrato nella villetta di Urago Mella trovando in cantina angelo Cottarelli che si tamponava la gola squarciata con un fazzoletto, incapace di poter dire nulla, e che con gli occhi indicava la moglie ed il figlio seduti vicino a lui senza vita con le gole interamente aperte. Cottarelli li aveva visti uccidere, sopravvisse ancora qualche ora ma poi anche lui morì.

I Marino per quel milione di euro avevano fatto scempio di loro armati di coltello e di una rivoltella usata contro il solo Angelo Cottarelli, torturato perchè si decidesse a dare loro il denaro. I soldi tempo dopo vennero trovati in una cassetta di sicurezza di una banca bresciana, in una "cassaforte" svizzera e anche in alcuni forzieri nella Repubblica di San Marino. Poco più di 4 milioni di euro.

Ma all'appello ne mancano altri di soldi, e dal processo di Brescia qualche vi di fuga di questo denaro è pure emersa. Sono cominciati ad uscire i nomi di presidenti di Regione (ex come Cuffaro), di viceministri, come D'Antoni che ha definito ogni racconto che lo riguardi come farneticazioni e di ex sottosegretari berlusconiani come il potente calabrese Giuseppe Galati che ha smentito di avere avuto come collaboratore un certo Mario Ceccarelli che però era di casa presso il ministero delle Attività Produttive. Ma tutto questo non interessa a nessuno, Olindo Romano e Rosa Bazzi per la loro lucida follia riempiono meglio le cronache, più difficile forse parlare dei soldi sporchi del sangue dei Cottarelli perchè continuano a circolare per le tasche di potenti.

Rino Giacalone

da www.vivicentro.org - 3 marzo 2008



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11 dicembre 2009