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Mafia, cinque anni a Cuffaro. Rivelò e usò segreti d'ufficio

Grasso: ha favorito i mafiosi, è provato

Il giorno dopo la sentenza è polemica tra il presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro e il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il primo, venerdì, a dare una lettura “diversa” della sentenza contro Totò vasa-vasa.

Cinque anni è quanto Cuffaro dovrà scontare per il suo coinvolgimento nella vicenda delle “talpe” alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Nella sentenza si stralcia l’imputazione per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, mentre si impone al presidente della Regione la sanzione accessoria di interdizione dai pubblici uffici,che però scatterà solo a sentenza definitiva.

Tutti gli “amici” del presidente, per primo com’è ovvio l’Udc, il partito in cui milita Salvatore Cuffaro, cantano vittoria. «Siamo compiaciuti – dice il segretario del partito Lorenzo Cesa – che già dalla sentenza di primo grado sia stata esclusa ogni forma di collusione del presidente Cuffaro con la mafia». «Avevamo la certezza che Cuffaro non avesse mai favorito la mafia – dichiara Luca Volontè, capogruppo Udc alla Camera – e la sentenza di oggi non fa che confermare le nostre ragioni». Gongola anche Casini: «Da sempre sappiamo che Cuffaro non è colluso con la mafia. Da oggi lo ha certificato anche un tribunale della Repubblica».

Ma venerdì sera arriva il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso a frenare ogni entusiasmo e a dire la sua sulla vicenda. «Sono stati tutti condannati – ha spiegato – ed è stato riconosciuto che a Palermo esisteva una rete per informare i politici sulle indagini della procura, compresa e anche quelle sulla cattura del boss Bernardo Provenzano». E su Cuffaro precisa: «È rimasto provato il favoreggiamento da parte sua nei confronti di singoli mafiosi, ma non è stata provata l'aggravante di favoreggiamento a Cosa Nostra».

Tutta un’altra storia, insomma. Ora Totò gli risponde: «Grasso? – dice in un’intervista – Probabilmente il procuratore non ha letto la sentenza per intero. È stata studiata dai miei avvocati – rivendica – e sostiene che non solo non è stato favorito l'intero sistema mafioso ma neanche il singolo mafioso. Non ho motivo – chiude – di non credere ai miei avvocati».

Per l'accusa, Cuffaro avrebbe appreso nel 2001 dall' ex maresciallo dei carabinieri, Antonio Borzacchelli, poi eletto deputato regionale, dell'esistenza di microspie sistemate dagli investigatori del Ros nell'abitazione del boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro. Il salotto del boss, già condannato all'epoca per mafia, era frequentato da un amico di Cuffaro, il medico Domenico Miceli, ex assessore comunale alla sanità, anche lui Udc, condannato nel dicembre 2006 a otto anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, e ora condannato a 14 anni. Gli inquirenti sostenevano che Borzacchelli avrebbe avvisato Cuffaro dell'esistenza delle cimici a casa Guttadauro e che il presidente della Regione lo avrebbe a sua volta comunicato a Miceli. In questo modo il boss di Brancaccio avrebbe scoperto le microspie, bruciando l'inchiesta.

Ora la sentenza di primo grado conferma che Cuffaro rivelò e utilizzò per favori personali alcuni segreti d'ufficio: rigetta il legame con l'associazione mafiosa nel suo complesso, quindi, ma – come spiega ancora Grasso - «la sentenza convalida in pieno l’impianto accusatorio» e «conferma i fatto e i comportamenti accertati dalle indagini preliminari».

Insomma, le talpe c’erano, e Cuffaro le conosceva bene. Chiede le dimissioni del governatore siciliano la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro. L’esultanza di Cuffaro e dei suoi sostenitori fa «accapponare la pelle» a Rita Borsellino, la candidata dell’Unione che lo sfidò alla presidenza e che ora si chiede: «Come si fa a rappresentare la Sicilia con una maschera di questo tipo?». La condanna di Cuffaro pone «un problema di trasparenza e legittimità democratica» anche per il presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Francesco Forgiane, visto che i 5 anni di reclusione inflitti sono dovuti al favoreggiamento di Michele Aiello, «condannato per 416 bis nella stessa sentenza a 14 anni di reclusione».

Ipotesi dimissioni? Nemmeno per sogno: subito dopo la lettura della sentenza, Totò ha fatto sapere di non avere nessuna intenzione di abbandonare la carica. «Da domani alle 8 – diceva – torno a lavorare a pieno regime per la Sicilia».

da www.unita.it - 19 gennaio 2008



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11 dicembre 2009