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Colpo a Cosa Nostra

Antimafia - L'arresto dell'ex vice presidente della Regione Sicilia Bartolo Pellegrino, nell'ambito dell'indagine denominata "progetto mafia-appalti Trapani", è un successo dello Stato che, però, comprova al contempo come sia radicata la collusione fra politica e criminalità.

L'arresto dell'ex vice presidente della Regione Sicilia Bartolo Pellegrino, nell'ambito dell'indagine denominata "progetto mafia-appalti Trapani", conferma l'esistenza di un sempre più esteso collegamento tra l'organizzazione mafiosa, importanti settori della politica siciliana e gruppi imprenditoriali ed economici dell'isola.

Bartolo Pellegrino, leader di "Nuova Sicilia", già Assessore Regionale al Territorio ed Ambiente ed ex vice Presidente della Regione Siciliana, è l'esponente tipico di una "mala politica", pronta ad allearsi con chiunque ed a intrattenere accordi ed intese con le cosche, pur di ottenere il pieno controllo del sistema degli appalti e della speculazione edilizia nel territorio.
Esponente del centro-sinistra nei governi guidati dal diessino Capodicasa, Bartolo Pellegrino contribuisce alla fine di quell'esperienza, ed approda rapidamente alla corte di Salvatore Cuffaro, facendo parte integrante, insieme al movimento "Nuova Sicilia" di cui è padre-padrone, della coalizione di centro-destra che governa la Sicilia.

Nell'ordinanza di custodia cautelare, che lo ha costretto agli arresti domiciliari, si legge che il leader di "Nuova Sicilia" ha fatto "mercimonio delle proprie funzioni di assessore regionale" caratterizzandosi con "un apporto sistematico alle attività e agli interessi dell'associazione mafiosa trapanese nel settore edilizio, realizzato attraverso l'esplicita promessa di attivarsi per garantire l'attuazione ed il buon esito di una serie di vasti progetti speculativi, eventualmente anche mediante la strumentalizzazione e l'asservimento a tale scopo dei poteri connessi al ruolo istituzionale dal medesimo svolto, nonché dei poteri d'influenza connessi al suo ruolo politico".

Nell'indagine, condotta dai DDA e dai Pubblici Ministeri Paci e Taraondo, colpisce non solo il ruolo di cerniera assunto dal Pellegrino nei rapporti tra mafia, istituzioni, mondo imprenditoriale e politica, ma deve inquietare particolarmente il tentativo delle cosche mafiose di annullare gli effetti dei provvedimenti della legge La Torre sui beni confiscati ai mafiosi.

Nella sostanza le cosche trapanesi stavano tentando di rendere del tutto inefficaci i provvedimenti e le iniziative del prefetto di Trapani, dott. Fulvio Sodano, e delle istituzioni dello Stato, finalizzati a promuovere sul mercato l'azienda "Calcestruzzi Ericina srl", confiscata alla mafia e passata all'amministrazione finanziaria.
Il reggente del mandamento mafioso di Trapani Francesco Pace, infatti, di intesa con alcuni imprenditori mafiosi aveva operato per impedire che la "Calcestruzzi Ericina" potesse acquisire commesse ed entrare nel mercato delle forniture degli appalti pubblici dissuadendo i potenziali clienti con l'argomento che l'azienda, ormai, apparteneva "allo Stato".
In realtà, Cosa Nostra stava tentando di rientrare in possesso dell'impianto di calcestruzzo confiscato, perché esso costituiva "...una vera spina nel fianco del sistema economico illecito governato da Cosa Nostra, tentativo sventato a prezzo di enormi costi personali e professionali da parte del Prefetto Sodano".

L'acquisizione da parte dello Stato, dei patrimoni appartenuti agli esponenti di Cosa Nostra, rappresenta infatti, ancora adesso, uno degli snodi nevralgici della lotta contro l'organizzazione malavitosa stessa, che teme, più di ogni altra cosa, il vedersi sottratte le ricchezze accumulate e trasformate in patrimoni immobiliari o in attività imprenditoriali, ed investite in borsa ed in altre attività finanziarie.
La legge La Torre, che è una buona legge, deve essere sottoposta al più presto ad una modifica che consenta di affinare gli strumenti di acquisizione, controllo e gestione dei beni sottratti ai mafiosi, recuperando la capacità dello Stato di adeguarsi alle veloci modifiche che la struttura di direzione della mafia-imprenditrice ha impresso all'impiego dei capitali mafiosi, proprio con l'obiettivo di sfuggire alla legge La Torre.

L'arresto di Bartolo Pellegrino, (l'ennesimo che ha coinvolto un esponente di primo piano del centro-destra isolano) era nell'aria ormai da tempo, almeno da quando intercettazioni telefoniche lo avevano colto mentre invitava amici ed esponenti dell'organizzazione a stare lontano dagli "sbirri", e dimostra come in Sicilia sia ormai non più rinviabile la sottoscrizione di un vero e proprio codice etico che impegni quanti sono consapevoli che quella morale è ancora una questione centrale, se si vuole creare davvero discontinuità nell'agire politico e se si vuole ricostruire un rapporto di fiducia tra la politica e i cittadini.

Angelo Lomaglio - Deputato de L'Ulivo

da www.aprileonline.info – 04 aprile 2007



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11 dicembre 2009