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Reddito minimo garantito: l'esempio del Lazio
I disoccupati, inoccupati o precariamente occupati del Lazio potranno contare su una somma di denaro fino a 7 mila euro all'anno, su un aiuto per il pagamento del canone d'affitto e sull'uso gratuito dei mezzi pubblici. Sono le misure per contrastare la crisi economica previste dalla legge approvata giovedì dal Consiglio regionale.
Con l'approvazione della legge sul reddito minimo garantito, il Lazio si propone come regione pilota per una nuova stagione di diritti sociali, che intende contrastare le nuove forme di precarietà e di povertà generate dalle trasformazioni produttive e sociali vissute da milioni di donne e di uomini.
Si tratta di un provvedimento legislativo particolarmente importante, in quanto può agire da apripista per una futura ed auspicata legislazione nazionale per il reddito di base e per una complessiva ridefinizione delle politiche di welfare. Credo infatti, che contro la piaga sociale della precarietà - sempre più diffusa a causa degli incipienti processi di liberalizzazione e deregolamentazione del mercato del lavoro - occorrano innovative ricette riformatrici, che ridiano diritti e tutele alle fasce sociali più deboli.
Potremmo dire, a questo punto, che avevamo visto lontano quando, già nel 2005, iniziammo il percorso che ci ha portato, oggi, alla approvazione della nostra Legge regionale.
L'idea dalla quale ci siamo mossi si legava in maniera stretta alle trasformazioni del mercato del lavoro, alla necessità di individuare strumenti di sostegno in grado di rompere il ricatto di quella precarietà lavorativa, che rende i soggetti sociali spesso ricattabili e quindi senza diritti. Ciò avviene perché la flessibilità frammenta oggettivamente e soggettivamente la composizione della forza lavoro; delocalizza la produzione e spezza i legami sociali che si stabiliscono tra i lavoratori; nonché tra il lavoratore ed il proprio lavoro. Il lavoro flessibile è sempre più spesso un lavoro individualizzato - dove ognuno gioca per se stesso - per un tempo determinato ed i costi sociali di questa condizione sono spesso molto alti. Pertanto, il rapporto tra le scelte personali e le condizioni socio-economiche è particolarmente stringente per chi si trova in una condizione di precarietà. Le condizioni di instabilità economica restringono le possibilità di scelta sul presente. Si prediligono soluzioni temporanee su ogni fronte e spesso si è costretti a rinunce definitive (come crearsi un proprio nucleo familiare o decidere di avere un figlio). Con l'estendersi della precarietà, dunque, il ciclo di vita individuale è divenuto più articolato e incerto. Per questo si è cominciato a parlare di precarietà non solo del lavoro - dove un contratto a tempo indeterminato è sempre di meno una possibilità reale - ma della vita.
Si tratta, infatti, di capire che, con la trasformazione delle condizioni generali del lavoro e della vita, vanno affermandosi nuovi problemi, nuovi bisogni sociali primari di un precariato sempre più diffuso. Non dobbiamo dimenticare che un lavoratore soggetto alla discontinuità e all'incertezza del reddito, è soprattutto un lavoratore fortemente ricattabile, poiché costretto ad accettare qualunque occasione lavorativa - anche la più degradante e mal retribuita - pur di avere un minimo di cui vivere. Perdere l'occasione per un precario significa perdere tutto perché non c'è conoscenza del domani, non c'è nessuna garanzia ulteriore, nessuna alternativa. E il "ricatto" è, sempre, un brutto consigliere!.
Con questo contesto il rischio maggiore è una crescita senza limiti di lavoro nero ed irregolare al limite ed oltre la legalità. Si rischia, sempre di più, una speculazione sul lavoro dove la flessibilità diventa un'occasione per disporre di manodopera a basso costo e priva di coperture sindacali. La precarietà, infatti, vuol dire vuol dire anche sottomissione a rapporti sfavorevoli perché non si ha la possibilità di rifiutare nulla, poiché nulla è garantito.
Quando abbiamo avviato questo percorso, dunque, le nostre intenzioni erano di intervenire sul presente per costruire basi per un futuro più certo, ponendoci la sfida di tentare di costruire strumenti che riescano a definirsi nel loro percorso in maniera più forte per divenire strutturali.
Con questa nostra nuova legge di sostegno al reddito ci rivolgiamo ai disoccupati, agli inoccupati ed ai precari intesi come soggetti la cui precarietà lavorativa si è estesa all'ambito di vita, determinando condizioni di esclusione sociale. La mancanza di un lavoro stabile, infatti, non produce soltanto disagio sociale e povertà, ma rimette in discussione lo stesso piano di riconoscimento della cittadinanza e di appartenenza ad una società.
Per questo, il percorso che ha portato alla costruzione del provvedimento legislativo, anche nella sua fase di elaborazione, ha sempre perseguito modalità inclusive e partecipative. Abbiamo ricercato e praticato un'ampia interlocuzione, avviata sin dall'inizio di questa legislatura, con le organizzazioni sindacali, i movimenti e le associazioni attive su questi temi. Abbiamo scelto di costruire relazioni con il mondo del lavoro ma anche del non lavoro, di ascoltare i diversi punti di vista e le diverse letture che si hanno delle trasformazioni in atto.
Con questa Legge vogliamo agire sia nel contesto sociale, sia in quello lavorativo; dove la sperimentazione di questa misura vuole intervenire come forma di contrasto al disagio sociale prodotto proprio dalle trasformazioni avvenute nel mondo del lavoro. Come abbiamo già detto, la precarietà è, ormai, una condizione materiale che coinvolge, non solo il tempo di lavoro, ma condiziona il resto della vita di tante donne e uomini.
La nostra Legge vuole avere un respiro di stampo europeo, poiché adegua la normativa regionale a quella dei paesi dell'Unione Europea che, ad esclusione dell'Italia e della Grecia, prevedono forme di sostegno al reddito di base. Pensiamo con questo provvedimento legislativo di costruire un'autentica ed innovativa azione di sistema nelle politiche del lavoro e di welfare in grado di incidere strutturalmente nel mutato contesto sociale. Anche se è chiaro, a noi tutti, che, per fare tutto ciò, occorrono maggiori risorse finanziarie rispetto a quelle attualmente disponibili ed è per questo che abbiamo deciso di impegnare maggiori fondi attingendo anche alle risorse del Fondo Sociale Europeo e del Governo.
Con l'attuale disponibilità di 20 milioni di euro per il 2009 e 20 milioni per il biennio successivo - che in previsione potranno essere ulteriormente incrementati - è possibile intraprendere una prima fase sperimentale di questo nuovo diritto di cittadinanza, che inizialmente interesserà alcune migliaia di persone del Lazio, prevalentemente donne e giovani. La scelta dei beneficiari verrà stabilita secondo criteri di tipo reddituale ed in riferimento a condizioni sociali e lavorative. Il reddito erogato si comporrà di una parte diretta, ossia monetaria, fino ad un massimo di 7.000 euro annui - ovvero 580 euro al mese - ed i comuni coinvolti potranno concorrere alla destinazione di risorse per le agevolazioni cosiddette indirette, cioè per garantire l'accesso ai servizi primari".
La legge sul reddito minimo garantito della regione Lazio, che a regime interesserà tutti i potenziali destinatari, sarà uno strumento concreto per liberare i soggetti più deboli del mercato del lavoro dal ricatto della precarietà.
Alessandra Tibaldi
www.aprileonline.info - 6 marzo 2009

Alessandra Tibaldi - Assessore al lavoro, pari opportunità, politiche giovanili della Regione Lazio