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Un Grande Fratello sul posto di lavoro

I dipendenti della Lidl: ci spiano con le microtelecamere.

Torino - Sull’avviso che gli avevano lasciato nella buca delle lettere c’era scritto «raccomandata con ricevuta di ritorno», come dire una grana sicura. Un semaforo rosso? Un parcheggio in doppia fila? O forse la velocità? Il giorno dopo, alle Poste, un’impiegata gentile gli ha allungato la busta, e lui per un attimo ha tirato un sospiro di sollievo: non era verde, non poteva essere una multa.

Ma poi l’ha aperta, ha letto le poche righe che gli indirizzava l’ufficio del personale e, d’istinto, s’è guardato attorno con la paura che qualcuno lo stesse osservando: la sua azienda gli contestava piccole irregolarità sul posto di lavoro, ma lo faceva citando particolari che nessun altro, a parte lui, poteva conoscere.
Di colpo, questo dipendente del gruppo «Lidl», colosso dei discount alimentari, s’è sentito in preda a una sottile inquietudine, come quella del protagonista di un celebre film di qualche anno fa, «Le vite degli altri», formidabile affresco sulla pervasività dello spionaggio ai tempi della Stasi.

Ambientato nel 1984, il film racconta dell’uso sistematico delle intercettazioni ambientali, telefoniche, ogni diavoleria, con il solo scopo di spiare la vita privata dei (presunti) nemici. Ora, lo stesso clima sembra investire la «Lidl». In Germania è esploso uno scandalo. I sindacati hanno denunciato la multinazionale: avrebbe utilizzato micro-camere illegali.

In Italia, l’eco dell’indagine ha causato, di rimbalzo, una sorta di sindrome del sospetto. Tanto che la segretaria regionale della Filcams-Cgil, Elena Ferro, sulla spinta delle denunce dei dipendenti, ha inviato un esposto all’ispettorato del Lavoro di Torino. Spiega: «Vanno controllati tutti i punti-vendita della “Lidl”, per verificare se, negli spazi riservati ai dipendenti, o altrove, siano state inserite videocamere non autorizzate. Alcune lettere disciplinari inviate ai lavoratori sono davvero molto circonstanziate. Un po’ troppo, forse».

I blog dei dipendenti della «Lidl» sono ricchi di storie, di denunce. Spesso drammatiche. E’ di ieri il duro comunicato di Sabina Bigazzi, segretaria nazionale della categoria. Scrive tra l’altro: «La “Lidl” Italia non è nuova a metodi discutibili, utilizzati per disfarsi delle persone “scomode”. Ci sono già precedenti in tutta Europa, come testimoniato anche nel Libro Nero curato dai sindacati tedeschi. In questi giorni s’è parlato di controlli illegali effettuati sul personale in Germania, utilizzando detectives privati e microcamere nei punti vendita. Addirittura di controlli sul personale fuori dall’orario di lavoro e sulla vita privata».

Poi: «Ci sono numerose denunce della stessa natura. Il personale addetto alla sorveglianza nei punti vendita, cioè il controllo antitaccheggio, è chiamato a controllare anche il personale, seguendolo addirittura durante le pause fisiologiche... Una cassiera, andata in bagno, ha trovato fuori ad attenderla un addetto alla sorveglianza. Le ha chiesto ragione del fatto che, secondo lui, si era trattenuta troppo a lungo, ed alla sua risposta che, avendo le mestruazioni, le è stato necessario trattenersi qualche minuto in più, il “sorvegliante”, è entrato nel bagno a controllare il contenuto del cestino». Uno stato diffuso di disagio.

E ieri, nel punto-vendita di Chieri, provincia di Torino, forse per la prima volta nella storia italiana della Lidl, c’è stato uno sciopero per difendere l’ex direttore, Andrea Chiara, 30 anni, appena licenziato. Le dieci commesse hanno distribuito volantini di protesta ai clienti. L’azienda: «A un’addetta alla vendita, a titolo punitivo per aver dimenticato il rispetto di una procedura aziendale, veniva imposto dal responsabile l’acquisto di carne per un valore di 101 euro.

L’illegittimo comportamento, totalmente estraneo alla volontà dell’azienda, veniva immediatamente contestato con una lettera. Chiara si giustificava verbalmente affermando che l’acquisto era sì avvenuto, ma in modo del tutto volontario». Conclusione: «La risposta non era e non è ritenuta in alcun modo veritiera e pertanto, a fronte della gravissima mancanza ed a tutela del nostro personale provvedevamo, oltre alla restituzione dei 101 euro, al licenziamento. E’ difficile capire anche la posizione assunta dal sindacato, probabilmente non correttamente informato».

Verità opposte. Replica Andrea Chiara: «Non ho obbligato nessuno a comprare la carne scaduta. Alla fine qui è la mia parola contro quella della commessa che mi accusa. In realtà ho l’impressione che fosse già stato deciso tutto a tavolino».
Amareggiato: «La filiale di Chieri ha i conti a posto, ben organizzata, mai un problema. Un mese fa ho bloccato due rumeni che stavano rubando. Invece è toccato a me: prima iniziano a tempestati di lettere di richiamo per motivi banali, poi il licenziamento per giusta causa. Se rivendichi i tuoi diritti diventi scomodo. Basta che tu non sia più disposto a fare 70 ore di lavoro anziché le 38 previste dal contratto che ti sostituiscono con uno più giovane. Costa meno». I dipendenti sono solidali. Fermano i clienti: quasi tutti rinunciano alla spesa. Per solidarietà. Nel magazzino c'è infatti un nuovo direttore. E’ chiuso dentro dalle 4 del mattino, e prova a fare tutto da solo. Missione impossibile.

Dall’ufficio-stampa dell’azienda, curato dalla PinKommunication arriva una secca smentita sulle accuse di spionaggio: «...Per quanto riguarda la video-sorveglianza, ci sono solo telecamere destinate all’antitaccheggio e installate in accordo con le organizzazioni sindacali e con le norme vigenti».

Massimo Numa

da www.lastampa.it - 1 aprile 2008


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11 dicembre 2009