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Il caso Vodafone non è chiuso
Lo scellerato accordo per la cessione di 914 lavoratori e lavoratrici è stato firmato senza nessun mandato dei diretti interessati e la presunta consultazione si è svolta in totale spregio alle più elementari regole di democrazia e di partecipazione. Non è stata organizzata con spoglio contemporaneo in tutte le sedi (noi della sede di Napoli, che in massa abbiamo votato contro, siamo stati portati a votare con un risultato già acquisito), ed è mancato il controllo in diverse sedi, oltre che commissioni «super partes». E per finire, lor signori cantano vittoria con un accordo approvato neppure dal 50% degli interessati (solo il 44,42%)!
Dalla «vertenza» Vodafone emerge chiaramente che grazie alla lotta, si era raggiunto un elevatissimo livello di visibilità (in un momento in cui tutta l'opinione pubblica e' più che mai attenta al tema del lavoro precario), e di autonomia del movimento con l'autoconvocazione della manifestazione nazionale a Roma del 19 ottobre per manifestare senza se e senza ma contro la cessione. Ma i sindacati decidono di frenare l'ascesa del movimento sedendosi ad un tavolo di trattative mai chiesto ne voluto dai lavoratori e dalla lavoratrici di Vodafone Italia, offrendo un grande vantaggio all'azienda e alle istituzioni.
Infatti, l'accordo per la cessione di ramo sana le mancanze legali di questa esternalizzazione: nel testo il sindacato legittima e ufficializza che è «trasferimento di ramo» regalando all'azienda la possibilità di difendersi al meglio dai ricorsi legali.
Nell'accordo non c'è alcuna garanzia che non ci siano altre esternalizzazioni per i prossimi 38 mesi (si parla di piano industriale che scade a dicembre 2010) Vodafone conferma che l'attuale piano industriale non prevede altre esternalizzazioni, ma i piani industriali vengono rivisti più volte a distanza di pochi mesi e non c'è alcun impegno specifico da parte dell'azienda a non attuare nuove cessioni. A riprova di ciò il lapidario comunicato di Vodafone all'indomani della trattativa, apparso sulle pagine di questo stesso giornale. La presunta illicenziabilità per 7 anni (e dopo?) svanisce di fronte all'ambiguità delle responsabilità di Vodafone, Comdata e controllate per non parlare poi del fatto che possiamo essere spostati dalla commessa Vodafone allo scioglipancia.
Ma sopratutto questo accordo era contro i lavoratori e le lavoratrici che volevano combattere questa cessione per generalizzare una battaglia contro tutte quelle leggi che consentono la frantumazione del lavoro «stabile» e lo sfruttamento del lavoro precario.
Per finire, non siamo né piegati né soprafatti dallo sconforto! La questione Vodafone/Comdata non è chiusa.
Dopo lo sciopero generale del 9 novembre torneremo nelle piazze, con i nostri cartelli vendesi, con la nostra sana e frizzante voglia di vivere, a gridare la nostra rabbia, a gridare ai signori che ci governano e a quelli che fingono di rappresentarci che con questo spregevole accordo non hanno sopito la lotta. Restiamo ancora un «caso sociale», come lo sono gli «esternalizzati» di Wind e quelli di Telecom Italia, e tutti i precari e le precarie delle telecomunicazioni e proseguiremo le iniziative di lotta fino a che tutti i «ceduti» non saranno rientrati in Vodafone.
E il prossimo appuntamento sarà, come richiesto a viva voce nelle mobilitazioni di questi ultimi due mesi, l'indispensabile sciopero di settore da realizzare con tutti quelli che non obbediscono supinamente ai diktat delle segreterie, dei padroni e delle istituzioni. Perché l'unico modo di contrastare la piaga della precarizzazione che flagella il nostro settore, ingordo di profitti e ricco di precarietà, è che tutti ci rendiamo conto di essere una «cosa sola» tutti insieme ci muoviamo per riprenderci la nostra vita perché non volgiamo più essere le loro merci.
Bartolomeo Matarazzo e Salvatore Musella - Cobas Vodafone
da www.ilmanifesto.it - 14 novembre 2007