Aree tematiche > Lavoro > Il protocollo sì, il precariato no
Il protocollo sì, il precariato no
Secondo i primi dati, quasi sei milioni di persone alla consultazione per il referendum sul welfare, che dovrebbe aver visto i "sì" prevalere a larga maggioranza. Ma come si analizza un voto così articolato nelle varie componenti che costituiscono attualmente il mondo del lavoro in Italia? Intervista a Luciano Gallino
Scorrono i primi dati del referendum sul welfare organizzato dai sindacati, e le impressioni iniziali lasciano supporre che la vittoria dei "sì", data per scontata alla vigilia, prevalga in maniera convincente. In ogni caso, alla fine dello scrutinio rimangono in piedi alcuni dubbi e perplessità rispetto l'accordo siglato tra governo e rappresentanti dei lavoratori il 23 luglio scorso. Ma come decifrare l'esito complessivo della consultazione? E cosa significa questo voto rispetto a una valutazione più generale dell'operato del governo nel corso del primo anno e mezzo di legislatura oramai alle spalle?
Di questo e altro abbiamo parlato con Luciano Gallino, professore emerito di Sociologia presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Torino, tra i maggiori esperti italiani nell'analisi del rapporto fra le nuove tecnologie e la formazione, studioso di riferimento per la sinistra politica e culturale italiana. Per avere un riferimento preciso, segnaliamo la sua ultima pubblicazione, edita da Einaudi, dal titolo "Tecnologia e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici".
Prof. Gallino, cosa ne pensa di questi primi dati che emergono dalla consultazione sindacale? Si parla di un 82% a favore del sì...
Se verrà confermato il dato reso noto dai sindacati, ci troviamo di fronte a una maggioranza netta; ma altrettanto importante, e secondo il mio punto di vista molto positiva, è l'affluenza registrata, che sembrerebbe sfiorare i sei milioni di votanti.
Un voto che naturalmente risente molto anche della partecipazione dei pensionati. Secondo lei possono essere stati la categoria determinante? E inoltre, è giusto scorporare l'esito del voto in base ai vari luoghi di lavoro in cui si è votato, per ottenere un'analisi maggiormente indicativa?
Prima di tutto non dobbiamo dimenticare i diversi punti di cui è composto il protocollo. Per quello riguardante i pensionati è previsto un minimio di aumento, intorno ai 25-30 euro al mese. Un elemento che certo ha pesato sulla scelta della categoria, così come credo abbia influito quello riguardante l'indennità di disoccupazione (e la sua durata, n.d.r.), che è certo minore rispetto ad altri paesi, ma che ha acquisito punti rispetto all'indennità riferita ai primi mesi di inattività professionale. Non avendo mai avuto nulla, potrebbe essere del tutto comprensibile che alcuni precari abbiano guardato anche a questo tipo di incentivo.
Si poteva ipotizzare uno scenario simile a quello registrato in Francia in occasione del voto sulla Costituzione europea, allorquando l'appuntamento si trasformò soprattutto in una protesta contro la politica del governo?
Quel referendum ebbe il 55% dei voti contrari, qui dovremmo essere al 20% o poco più. Ciò non toglie che la scelta del "no" possa essere stata determinata anche dalla volontà di lanciare un messaggio all'operato generale dell'esecutivo. Tornando all'analisi del voto, credo che un altro aspetto rilevante da tenere in considerazione sia il fatto che oggi gli interessi nelle fabbriche sono molto compositi, visto che in una fabbrica possono coesistere anche cinque o dieci tipi di contratti differenti. Da ciò si deduce che parlare di lavoratori di una fabbrica ora non può avere lo stesso significato di un tempo.
In un recente convegno lei ha affermato che la politica del mercato globale tende progressivamente a diminuire la tutela del lavoro salariato, oltre che aumentare il tasso di precariato interno a ciascun paese. Una situazione che comincia a materializzarsi concretamente anche in Italia?
Certamente sì, visto che i precari oggi sono intorno ai cinque milioni tra dipendenti "veri" e quelli "finti", come lo sono i collaboratori a progetto o i co.co.co, i part-time e così via. Diciamo cinque milioni, per dare un riferimento: ma chissà quanti sono realmente. E' una realtà, questa, che tra l'altro alimenta il distacco dalla politica da parte di certe categorie e fasce generazionali. Un problema molto serio, secondo me.
In Francia o Germania, ad esempio, è vero che la situazione occupazionale non cambi in fondo molto; ma sono notevolmente diversi gli interventi di sostegno all'individuo precario e alla sua famiglia. E poi i salari dei lavori instabili sono comunque più alti: in Italia oscillano intorno ai 1000 euro al mese e non 1800 euro, come per i metalmeccanici tedeschi, per citare un caso pratico.
Ora cosa accadrà secondo lei? E quale significato assume in base ai risultati di questo referendum la piattaforma sulla quale è stata costruita la manifestazione del 20 ottobre?
La manifestazione del 20 ottobre è stata costruita intorno a parecchi punti, non solo quello riguardante il protocollo. D'altra parte la questione della precarietà, dei contratti a termine e part-time, la sostanza del problema, non viene toccata minimamente dall'esito del referendum, né dal documento che verrà presentato in Parlamento. Ma la sostanza, cioè i cinque milioni di precari di cui sopra, rimangono cinque milioni anche dopo queste consultazioni.
Come si puo' risolvere questa situazione?
Ho provato a spiegarlo in un volume che uscirà prossimamente per l'editore Laterza, dal titolo "Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità". Spero di esserci riuscito...
Emiliano Sbaraglia
da www.aprileonline.info – 10 ottobre 2007