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Geronzi, dove sono i nostri soldi?
Investimenti – Gli ex dipendenti della Cassa di Risparmio di Roma, che hanno un fondo pensionistico dal 1960, chiedono di poter disporre di questo capitale. Ma Capitalia, che ora è il referente finanziario, fa sapere che dal 1994 non è stato più compiuto alcun versamento e che soprattutto non è un loro diritto usufruire del denaro. Per questo, stanno manifestando.
La vicenda. Un fondo pensione che dovrebbe ad oggi attestarsi sui 750 milioni di euro e che invece è ridotto a poco più di 200. Un ammanco di 500 milioni che ha come protagonista il Banco di Roma, appartenente al gruppo di Capitalia, prossima alla fusione con Unicredit, e che coinvolge il destino di quasi 4000 famiglie risparmiatrici di ex dipendenti della Cassa di Risparmio di Roma, facendo loro temere una piccola versione tutta italiana dello scandalo Enron di Oltreoceano.
La storia ha origine nel lontano 1960 e fino al 1995, anno del varo della Riforma Dini, è sostanzialmente una vicenda felice. Nel 1960, dicevamo, è istituito infatti un fondo che prevedeva anche patrimoni immobiliari (principalmente nel centro di Roma) a vantaggio dei dipendenti e caratterizzato dall'essere contabilizzato e gestito in modo separato, cioè la banca era tenuta a presentare un bilancio a parte su questo deposito, il quale di fatto non rientrava nel patrimonio bancario. In questo "salvadanaio" previdenziale veniva versato, dall'istituto, il 15% delle retribuzioni lorde imponibili ai fini Inps dei dipendenti della Cassa di Risparmio romana, determinando un grande vantaggio per i dipendenti, i quali potevano lasciare la banca dopo 25 anni di attività con la garanzia che il fondo riconoscesse loro per 10 anni una pensione pari ai 25/35 della pensione che avrebbe pagato l'Inps al raggiungimento dei 35 anni di anzianità.
Il versamento però è stato interrotto all'epoca della Riforma Dini, e proprio da allora la vicenda di questo fondo pensione si intorbidisce, diventando un intrigato affaire bancario che, con grandi difficoltà, i lavoratori tentano di chiarire. Accade infatti che da quella data, il 1995, il Banco di Roma cessa di versare quanto stabilito nel fondo, tanto da determinare l'attuale situazione di ammanco di 500 milioni di euro, e non procede a trasformare il fondo in uno supplementare, o meglio si tenta di farlo tra il 2000 e il 2001 ma senza ottenere risultati.
La notizia. I lavoratori chiedono un chiarimento tentando di squarciare l'attendismo e il velo di silenzio dimostrato dall'amministrazione bancaria. La loro richiesta di poter disporre di informazioni e soprattutto dei loro soldi non hanno infatti avuto udienza in Capitalia, e per questo stanno manifestando davanti alla sede dell'istituto in via del Corso a Roma. Una manifestazione che aspira a chiarire la vicenda, soprattutto perché oltre all'ammanco economico, gli ex dipendenti della Cassa di Risparmio capitolina denunciano anche come Capitalia abbia proceduto alla vendita, alla Pirelli Re, di quegli immobili che, collocati al centro di Roma, sono stati acquistati con il loro capitale fondiario.
A prova della legittimità della battaglia, il caso di altri colleghi che, sempre legati al fondo, si sono visti riconoscere quanto dovuto. Ma questa è una vicenda nella vicenda, che testimonia la contraddizione dell'atteggiamento oggi assunto da Capitalia verso i lavoratori che vogliono disporre e sapere che fine ha fatto e farà il proprio investimento. Capitalia nasce infatti dall'accorpamento della Cassa di Risparmio di Roma, il Banco di Roma e il Santo Spirito. Ebbene i dipendenti di questi due istituti dispongono del loro fondo, lo stesso negato attualmente ai colleghi della Cassa. Un diritto violato, come testimonia un fatto risalente al 1996, quando una parte della Banca di Roma è ceduta ad Antonveneta, e a 30 ex dipendenti della Cassa di Risparmio, nel passaggio, sono stati trasferiti i soldi del Fondo. Lo "zainetto" lo hanno chiamato.
Le richieste. Gli ex dipendenti in protesta chiedono spiegazioni e chiarimenti sia all'istituto bancario sia alle autorità come Banca d'Italia e Covip che, preposte al controllo, si sono "distratte" rispetto alla vicenda. Un punto di partenza importante sarebbe, per loro, il riconoscimento della natura del Fondo quale fondo costituito in base all'articolo 2117 del codice civile, oltre al raggiungimento di un accordo che assegni "un montante contributivo individuale al 31 dicembre 2006 non inferiore per un lavoratore inquadrato al VI livello, 3a area professionale con 35 anni di anzianità, di 70mila euro lordi". In attesa di questo, 1100 di loro hanno dato vita ad azioni legali e si sono riuniti in un Comitato, inoltre il 19 aprile, partecipando all'assemblea degli azionisti di Capitalia sono intervenuti chiamando in causa lo stesso Cesare Geronzi, presidente della banca, il quale ha riconosciuto l'esistenza del problema delegando la sua soluzione a Matteo Arpe, che poche settimane fa, in occasione della fusione del suo istituto con Unicredit, ha deciso di dimettersi dall'incarico.
Proprio il presidente del Comitato, Riccardo Dobriella, ci spiega l'obiettivo della battaglia e la sua origine. "La legge 2005 prevede il diritto soggettivo di spostare la propria posizione individuale in un altro fondo, il cosiddetto zainetto. Ebbene, Capitalia afferma che noi non abbiamo alcuno zainetto. Inoltre, sostiene che questo fondo non rientrerebbe nell'ex articolo 2117 - nonostante ci siano già state sentenze che affermano il contrario e che sottolineano la non appartenenza del patrimonio alla banca, bensì ai dipendenti (come prevede art.2117, ndr)- e lo giudica una semplice posta di bilancio, di fatto considerandolo patrimonio bancario, quando però non lo è", afferma Dobriella, che aggiunge: "Ora, ci devono ridare, essendo in verità il fondo un ex articolo 2117, i versamenti che avrebbero dovuto fare e non hanno fatto, e ci devono consentire di disporre di questi soldi. Siamo infatti alla presenza di una doppia fregatura: non ci hanno versato quanto stabilito ed ora non ci consentono di gestirlo. Del resto, Capitalia non ha più i nostri soldi perché non li ha mai versati impegnandoli probabilmente in altro". "Un caso grave", conclude, "che è stato avvolto dal silenzio dei sindacati e dei giornali".
Marzia Bonacci
da www.aprileonline.info – 20 giugno 2007