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Precariato, il grande assente della politica
Il lavoro a tempo determinato, soprattutto nel settore della Pubblica Amministrazione, sembra passato in secondo piano nell'agenda dell'esecutivo. Nonostante la Legge Finanziaria e il "Memorandum" sottoscritto con i Sindacati, si è infatti ben lontani dall'affrontare il problema con l'incisività necessaria.
Ci assale il dubbio in questi giorni che il problema del precariato non sia più una priorità. Non compare tra i dodici punti del governo, né nelle esternazioni del presidente del Consiglio e dei Ministri; non viene sollevato dai partiti maggiori della coalizione; è solo di tanto in tanto ricordato dai partiti della Sinistra cosiddetta radicale, che, però, sono presi da mille altre preoccupazioni: l'Afghanistan, la base di Vicenza, i Dico...
Ma soprattutto ai segnali -seppure poco chiari- forniti dalla Legge Finanziaria e alla proposta di legge per il superamento del lavoro precario sottoscritta da molti parlamentari della Sinistra, non hanno fatto seguito prese di posizione e atti che confermino la volontà effettiva di tornare a mettere il lavoro e i suoi diritti al centro dell'azione politica. Al di là di alcune rituali dichiarazioni del Ministro Damiano circa l'annullamento di alcune forme di lavoro precario (cui peraltro di fatto non si ricorre), non ci sono concrete proposte per il "superamento" (sarebbe troppo pensare a uno smantellamento) della Legge 30, com'era previsto dal programma dell'Unione. Né è stata comunicata l'intenzione di aprire in tempi brevi un tavolo con le forze sociali per riscrivere la legge sul lavoro.
Emblematica è la situazione della Pubblica Amministrazione, dove il precariato è notoriamente presente in modo massiccio, con situazioni che, specie negli Enti locali, risultano particolarmente complesse e variegate. In questo ambito, nonostante la Legge Finanziaria e il "Memorandum per il pubblico impiego" sottoscritto con i Sindacati confederali, si è ben lontani dall'affrontare il problema con la chiarezza, la trasparenza e l'equità necessarie.
Se la Legge Finanziaria prevede un riassorbimento dei precari e la possibilità di uscire da anni di lavoro senza diritti e senza tutele, se il "Patto per il lavoro pubblico" sottoscritto con i Sindacati Confederali afferma la necessità di una riorganizzazione del lavoro, la scomparsa del lavoro precario, l'interruzione delle esternalizzazioni per le attività "core" e puntuali verifiche per quelle "no core", le iniziative unilaterali assunte nel frattempo dai vari Enti sembrano andare in direzioni diverse.
Gli Enti locali, compresi quelli amministrati dal Centro-Sinistra, tendono infatti ad avallare interpretazioni restrittive della Legge Finanziaria, ad individuare nel costo del lavoro la principale causa di passività dei bilanci, a prevedere la stabilizzazione di un numero risibile di lavoratori, la riduzione degli organici, il ricorso alle esternalizzazioni. Amministrazioni tradizionalmente "rosse" stanno anzi programmando di ampliare le stesse esternalizzazioni, senza peraltro fornire dati sulla qualità dei servizi prestati, stanno creando nuove società partecipate, con consigli d'amministrazione ovviamente costosi, stanno continuando a stipulare contratti precari, nonostante la Finanziaria e le direttive del Ministro della Funzione pubblica.
Mentre, nel frattempo, all'incontro (8 marzo 2007) con i Sindacati Confederali sulle problematiche del precariato, il Ministero della Funzione Pubblica si è presentato con una "assoluta mancanza di proposte" ( dal comunicato degli stessi Sindacati).
Che il problema del precariato sia un'emergenza dovrebbe essere evidente anche a una classe dirigente distante anni luce dalla vita reale; che la sua risoluzione debba essere portata avanti in tempi rapidi e con un programma serio e trasparente è altrettanto chiaro, così come risulta indubitabile la necessità -da parte di un governo che aspiri a un minimo di credibilità- di tener fede a un punto fondamentale del suo programma elettorale, sottoscritto e sbandierato prima, durante e dopo le elezioni.
Preoccupa pertanto l'atteggiamento -a dir poco elusivo- del governo e delle Amministrazioni locali sul precariato perché testimonia la distanza tra la classe dirigente e il paese, la difficoltà a percepire i bisogni e i problemi reali della gente e a rispettare gli impegni presi.
Ma preoccupa anche la confusione che attorno al problema del precariato si sta facendo, la difficoltà nel definire i requisiti per accedere alle stabilizzazioni, il tentativo -assolutamente inaccettabile- di inserire tra i precari da stabilizzare i "collaboratori" politici, il cui unico merito è la "vicinanza" ai potenti di turno, a danno magari di chi un concorso lo ha affrontato e superato. Perché se dei precari si fa un enorme calderone, se non si individuano criteri, regole e procedure chiare e trasparenti e si lasciano le Amministrazioni a gestire autonomamente, con indicazioni vaghe, le varie situazioni, il rischio che si corre è sarà quello di creare soluzioni inique
Il governo e le Amministrazioni locali, ad esempio, non hanno finora chiarito (e tendono a interpretare in modo restrittivo) quali sono i requisiti per accedere alla stabilizzazione (cosa si intende per "prove concorsuali"? e una selezione a tempo determinato vale come un concorso a tempo indeterminato? e una selezione per soli titoli è valida? e ha valore il servizio prestato presso enti diversi? e come la mettiamo con quegli enti che programmaticamente si sono rifiutati di fare il contratto a tempo determinato per il terzo anno, anche agli idonei dei concorsi?) Negli Enti, poi, ci sono varie tipologie di precari, oltre i tempi determinati e i cococo, ci sono le (false) partite Iva; i "collaboratori" politici poi c'entrano anche quelli nella stabilizzazione? E allora facciamo un unico calderone di tutti i precari, a parte i pochissimi che rientrano nei limiti previsti dalla legge Finanziaria, e in questo calderone ci ficchiamo anche i portaborse?
L'idea -evidentemente diffusa anche nel Centro Sinistra- che ciò che si amministra è in qualche modo di proprietà dell'amministratore preoccupa, perché testimonia la mancanza di un progetto serio e complessivo per la Pubblica Amministrazione, che leghi la necessaria opera di razionalizzazione e di moralizzazione del settore con la riscrittura della legislazione del lavoro e dell'occupazione, perché solo un lavoro libero, non ricattabile, può garantire efficienza e qualità dei servizi
Sarebbe davvero grave che la classe dirigente del Centro-Sinistra, a livello nazionale e locale, eludesse quanto ha affermato in programmi, leggi, documenti, che contraddicesse punti qualificanti del suo progetto politico.
Così come sarebbero inaccettabili -oltre che assolutamente contraddittori con il Memorandum appena concordato- una destrutturazione di fatto del settore pubblico, l' avallo a privatizzazioni che svuotano di senso e di valore la "funzione pubblica", l'abbassamento del ruolo istituzionale degli enti pubblici.
E tanto meno sarebbe ammissibile il tentativo dei politici -da più parti paventato- di utilizzare il problema del precariato per stabilizzare i propri "collaboratori".
Tina Di Felice
da www.aprileonline.info – 20 marzo 2007