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L'esercito degli invisibili

Focus Italia/2
In Italia 5 milioni di persone lavorano in nero, soprattutto al Sud. Ne parliamo con Clemente Tartaglione, economista ed esperto in materia

Da anni la piaga del lavoro nero affligge il nostro Paese in proporzioni allarmanti. Una condizione di sfruttamento e di assenza dei diritti che coinvolge non solo gli stranieri, soprattutto irregolari, ma anche il mondo dei cittadini italiani. Una patologia tanto difficile da sdradicare proprio perchè democraticamente diffusa. Di questo fenomeno e delle politiche attraverso cui sarebbe possibile combatterlo abbiamo parlato con Clemente Tartaglione, economista e studioso della occupazione illegale e non tutelata.

Qual è il quadro italiano sul lavoro nero? Che grado di sviluppo e che dimensioni ha assunto questo fenomeno?
Il lavoro sommerso negli ultimi anni non ha dato segni di rallentamento, resta infatti un fenomeno molto diffuso nel nostro Paese e in particolare nel Mezzoggiorno, nonostante l'impegno che è stato dimostrato nell'affrontare questa patologia attraverso varie politiche. Attualmente sono circa 3 milioni e mezzo di unità di lavoro irregolare, che si traducono in un numero di occupati non molto diverso. Se poi guardiamo le posizioni di lavoro, ossia le postazioni di lavoro che ci sono - perchè sappiamo che le persone possono svolgere diverse attività -, allora arriviamo fino a 5 milioni di condizioni di lavoro irregolare. Una percentuale di diffusione pari al 20%.
L'unico provvedimento che ha contribuito ad una diminuzione del dato è stato quello sull'immigrazione, che ha prodotto la regolamentazione di circa 600 mila posizioni di lavoro irregolare. Eppure se analizziamo le curve dei residenti e non residenti, che l'Istat ci offre perchè separa queste due componenti, scopriamo che tra i residenti continua a crescere l'irregolarità lavorativa, mentre tra i non residenti dal 2002 c'è stata questa flessione diminutiva.

Il lavoratore in nero è lo straniero irregolare oppure anche il cittadino italiano? Il lavoro nero è diffuso in modo trasversale e democratico, oppure è fenomeno che coinvolge una parte sociale e culturale specifica?
Il lavoro irregolare colpisce in modo trasversale e democratico. Gli irregolari residenti, intesi quindi come italiani, sono infatti 2 milioni e mezzo. Stiamo parlando di un fenomeno che coinvolge tutte le persone che vivono in questo Paese, con la differenza che nell'immigrazione c'è stato il provvedimento di cui parlavo prima che ha, sebbene forse in modo non proprio strutturale, comunque un effetto positivo.

La precarizzazione del lavoro ha favorito il mercato nero?
Se studiamo l'andamento del lavoro irregolare rispetto ad una importante riforma del mercato del lavoro che è iniziata nel 1996 per arrivare fino ad oggi, scopriamo che non esiste alcuna relazione tra gli interventi che sono stati di riforma strutturale nella direzione dell'introduzione di elementi di flessibilità con la diffusione del fenomeno. Ha sicuramente avuto impatto la riforma del mercato del lavoro sulla dinamica dell'occupazione complessiva, ma non ha in nessun modo intaccato questa patologia.

Rispetto agli alti Paesi europei, come si colloca l'Italia proprio in "materia" di lavoro nero?
Insieme alla Grecia, al Portogallo, alla Spagna ci collochiamo su livellidi diffusione del 20%; gli altri Paesi invece oscillano tra la dimensione fisiologica del 5% e quella del 10%.

Quali sono le politiche che possono essere adottate per contrastare il fenomeno?
Noi abbiamo il vantaggio di aver accumulato molta esperienza sulla base dei risultati frutto dei provvedimenti sperimentati in questi anni, questo ci può aiutare a capire come ricalibrare gli interventi e non commettere gli stessi errori. Il primo provvedimento del passato è stato quello del riallineamento, poi c'è stata la mozione progressiva automatica, che ha mutuato l'esperienza del riallineamento. Questi provvedimenti hanno teso a facilitare i processi di regolamentazione delle imprese attraverso dei benefici di abbattimento contemporaneo di alcuni costi e attraverso anche una soluzione rispetto a quella che era la loro situazione pregressa di irregolarità. Nonostante il vantaggio offerto, non ci sono stati risultati apprezzabili. Al di la di una definizione più strutturale dei provvedimenti per l'emersione dal punto di vista normativo, che vedevano un impegno nella direzione si delle facilitazioni dell'emersione, ma anche di un rafforzamento dell'intervento tradizionale, cioè quello ispettivo, non si è avuto però risultato pratico. Perciò ci siamo trovati di fronte a provvedimenti che davano l'opportunità alle imprese di accedere a benefici, ma a fronte di un loro rifiuto poi, nessuna era soggetta a risponderne. Le imprese a costo zero in termini di rischio hanno quindi continuato ad optare per il lavoro irregolare nonostante alcuni benefici.

Quindi, quali politiche si potrebbero e dovrebbero appliccare?
Una risposta al problema, potrebbe innanzittutto essere la scelta di sottrarre alla governance nazionale e territoriale la possibilità di usare la leva del grado di tolleranza rispetto all'illegalità del lavoro come politica da proporre su un territorio. Mi spiego. Quando affrontiamo il tema del sommerso con i nostri colleghi stranieri, loro semplificano molto la situazione e non concedono spazio alla interpretazione della piaga del sommerso: parlano di lavoro illegale e in quanto tale lo considerano fenomeno da stroncare. Se si riuscisse anche noi ad attuare questo passaggio ideologico, integrandolo con un provvedimento punitivo ma al contempo aperto alla concessione di una opportunità di riscatto, forse avremmo fatto un passo avanti.
In questa Finanziaria un passo in avanti è stato compiuto perchè si è deciso di porre l'accento su tutta una serie di interventi volti a rendere più efficiente tutto l'apparato ispettivo con un articolo della Finanziaria che introduce, per esempio, gli indici di congruità, i quali dovrebbero darci l'indicazione di quelle posizioni all'interno delle imprese dove si configura il rischio di irregolarità. Insintesi, si è deciso di procedere secondo quella filosofia che spiegavo prima e che ci deve guidare nella battaglia contro questo fenomeno, e cioè quella che da un lato considera il lavoro illegale come una piaga da contrastare con convinzione e con leggi seriamente applicate, ma dall'altro, però, garantisce anche una possibilità di uscire da questa stessa condizione, attraverso la concessione di benefici.

Dunque una Finanziaria positiva da questo punto di vista?
Non completamente purtroppo. Anche in questa Finanziaria infatti si è comunque compiuto un errore, perchè nelle sue norme si offre l'opportunità alle imprese di accedere a questi provvedimenti, ma non le si obbliga, magari paventando loro un provvedimento ispettivo in caso di non adeguamento. Almeno a livello legislativo non dovrebbe essere sancita la possibilità, ma l'obbligo: accedere a questi provvedimenti dovrebbe essere per le imprese un dovere, pena per loro un intervento d'ispezione. Come ho già detto, l'interpretazione del fenomeno non deve essere il punto di riferimento per l'azione politica contro il lavoro nero.

Ci sono speranze di riuscire a contrastare questa piaga?
Nelle nostre interviste sul lavoro realizzate soprattutto nel Sud Italia è stato espresso un forte desiderio di legalità che anima imprese e lavoratori. Sostenere lo sviluppo, per loro, significa proprio questo: recuperare e realizzare il concetto della legalità per far ripartire la macchina economica. Il condono, la poltica del condono passata, certamente non ha aiutato in questo senso.

Mar.Bo.

da www.aprileonline.info - 19 ottobre 2006


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Ultimo aggiornamento
26 novembre 2008