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L'europa e la censura
Non solo Cina contro
la libertà d’espressione in rete
"Intendo condurre un’indagine esplorativa con il settore privato su come sia possibile utilizzare la tecnologia per impedire che la gente utilizzi o ricerchi termini pericolosi come bomba, uccidere, genocidio o terrorismo". Sono le parole rilasciate il 10 settembre all’agenzia Reuters dal Commissario Europeo alla Sicurezza Franco Frattini.
A pochi mesi dalle inaspettate aperture di Wang Guoqing, viceministro cinese dell'Informazione, secondo cui "è stato dimostrato più volte che bloccare le informazioni è una strada che conduce ad un vicolo cieco", suona ancora più anacronistica e inadeguata la proposta di Frattini, che pare ancora legata a un approccio del tipo su internet s’impara a fare una bomba quindi togliamo la parola bomba da internet. E’ noto anche ai neofiti della rete che questo tipo di approccio, che forse poteva essere efficace su altri media come la TV e la radio, è assurdo e grottesco sul web, realtà in cui le informazioni circolano in modo completamente diverso e la conoscenza si diffonde e condivide “a rete” e in modo globale. Un provvedimento che tentasse di impedire in Europa la ricerca e l’utilizzo di alcune parole, coma bomba, sarebbe infatti totalmente inefficace rispetto agli obiettivi in tema di anti-terrorismo e in compenso creerebbe forti ostacoli al dialogo e all’informazione libera sulla rete. Un intervento di censura selettiva di questo tipo ricorderebbe purtroppo proprio le tecniche, tanto criticate, in uso presso stati ben poco democratici come il Myanmar e la Corea del Nord, oltre alla già citata Cina.
Non a caso le parole del Commissario alla Sicurezza hanno scatenato molte critiche, sia dalle associazioni per i diritti digitali sia dagli stessi motori di ricerca. La reazione di Google, pur in contrasto con le sue politiche in Cina, non si è fatta attendere: “impedire la ricerca di alcune parole non è la soluzione al problema della sicurezza". Peter Fleischer, dirigente di Google, ha dichiarato a Repubblica che "ci sono tante ragioni per le quali una persona potrebbe cercare su Internet una parola come genocidio, ad esempio a scopo educativo". L'ALCEI (Associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva) ha bocciato la proposta sottolineando che “non è impedendo ai cittadini onesti di parlare di argomenti preoccupanti che si impedisce ai violenti, agli assassini e ai terroristi di continuare le loro perverse attività".
Si è diffuso sì un grande stupore, ma alcuni segnali già si intuivano. In Italia diversi siti sono stati oscurati e altri sono stati minacciati di oscuramento da parte di uomini politici, dal sito di Piero Ricca al blog contro il Ministro della Giustizia. Così come in Svezia si sta tentando di oscurare siti scomodi, facendoli apparire nelle liste dei siti pedopornografici, magari con il pretesto che ospitano un forum sul quel tema. E la stessa aria si respira in Belgio e Inghilterra, dove è in atto una forte discussione sul ruolo degli ISP (Internet Service Provider).
Fino a qualche tempo fa sembrava ovvio che la censura e i metodi repressivi adottati in altri Paesi del mondo fossero considerati deprecabili, ma ora, prima che l’Europa prenda questa stessa strada, è bene a maggior ragione tenere accesi i riflettori su quello che succede laggiù. In Myanmar, ad esempio, la giunta militare opera da tempo un’accurata censura del web, che ha portato a filtrare i siti dell’opposizione, ad oscurare le chat e a registrare ogni 5 minuti gli screenshot dei computer degli internet café. Negli ultimi mesi poi, dopo le sanguinose repressioni nei confronti dei dissidenti, l’isolamento Internet è diventato ancora più forte ed è stato seguito dal blocco telefonico nei confronti della Lega Nazionale per la Democrazia, degli attivisti e persino dei giornalisti stranieri. Non a caso l’ex-Birmania compare tra i 13 stati “nemici di Internet” e della libertà di espressione online secondo Reporters sans frontières. Meglio ricordarli tutti e 13, nella speranza che diminuiscano e che non vengano raggiunti da quelli europei: Cina, Arabia Saudita, Myanmar, Bielorussia, Corea del Nord, Cuba, Egitto, Iran, Uzbekistan, Turkmenistan, Siria, Tunisia e Vietnam.
Stefano Moro
da www.dimensioni.org - dicembre 2007