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Mr. President e la legge

A coloro che sostengono che la guerra al terrorismo giustifica un trattamento eccezionale e la soppressione delle garanzie costituzionali ha risposto il giudice della Corte suprema Anthony Kennedy: "Le leggi e la Costituzione sono state create per sopravvivere e mantenere la loro validità anche in tempi straordinari". Tutti i detenuti di Guantanamo hanno il diritto non solo ad un equo processo, ma a rivolgersi ai tribunali civili per contestare la loro detenzione.

Mentre George W. Bush sta compiendo il suo ultimo viaggio in Europa esortando i leader europei a proseguire, anche dopo che avrà lasciato la Casa bianca, la lotta contro il terrorismo, che lui considera il principale merito e vanto della sua presidenza, la Corte suprema degli Stati Uniti ha assestato un altro duro colpo alla sua intera visione "della guerra globale al terrore".
Non è la prima volta che succede, ma questo quarto colpo ad un presidente già vacillante per i molti insuccessi deve avere fatto particolarmente male. Nel 2004 la Corte aveva stabilito, in una memorabile sentenza firmata dal giudice Sandra O'Connor (poi dimessasi) che lo stato di guerra - ammesso che di guerra si tratti - non attribuisce al presidente, in quanto comandante in capo, poteri illimitati e non lo pone al di sopra della legge. In particolare la corte aveva stabilito, contro la tesi della presidenza, che la prigione di Guantanamo in territorio cubano era pur sempre sotto la sovranità degli Stati Uniti e che quindi anche lì dovevano essere applicate le sue leggi, sia che i detenuti fossero cittadini stranieri, sia che fossero cittadini americani.

Negli anni successivi, con la morte del presidente Rehnquist e le dimissioni di Sandra O'Connor, Bush poté nominare alla corte due nuovi giudici sperando così di modificarne la maggioranza a suo favore. E in parte ci è riuscito, ma non su Guantanamo. Nel 2006 la Corte stabilì che le nuove procedure per processare i detenuti - le cosiddette military commissions - violavano la costituzione perché non riconoscevano il diritto alla difesa e all'appello. In un altra sentenza affermò l'obbligo del rispetto delle convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra, dichiarando illegale la pratica della tortura. La presidenza corse ai ripari varando una nuova versione della legge che introduceva alcuni elementi di garanzia in più e, in maniera contorta e parziale, vietò all'esercito di torturare i prigionieri, continuando però a consentirlo alla CIA. Su questa base il Pentagono ha iniziato da un paio di mesi a processare quattro detenuti nei confronti dei quali afferma di avere prove inoppugnabili della loro partecipazione agli attacchi dell'11 settembre. Se condannati, i detenuti rischiano la pena di morte, senza diritto di appello.

Le polemiche e le denunce si sono susseguite in tutti i quasi sette anni da quando è stato creato il carcere di Guantanamo. Denunce di torture, di profanazione del Corano, di suicidi, di alimentazione forzata dei detenuti in sciopero della fame, di interrogatori con il prigioniero in ginocchio incatenato e bendato: una lunga serie di orrori che si sommano a quelli emersi negli altri carceri segreti gestiti dalla CIA e dall'esercito e che hanno suscitato l'indignazione e le proteste del mondo intero. Da ultimo, a processi iniziati, ci sono state le dimissioni del procuratore militare che ha denunciato pressioni indebite dei vertici militari e della Casa bianca; anche gli avvocati difensori hanno protestato perché, contro la legge, le loro conversazioni con gli assistiti venivano intercettate.
Sia ben chiaro, nessuno nega che "possano" esservi terroristi e criminali tra i 270 prigionieri che sono ancora rinchiusi a Guantanamo, mentre altri 500 circa, dopo anni di detenzione, sono stati rilasciati e rispediti nei rispettivi paesi per non avere commesso alcun crimine. Quello che si chiede è che - come avviene in qualunque paese civile -- coloro che sono considerati responsabili di atti di terrorismo siano processati, anche da un tribunale militare, ma con le garanzie previste dalla legge, con l'esibizione delle prove (che invece rimangono segrete per presunti motivi di sicurezza) e con l'assistenza di un difensore imparziale. Ed è precisamente questo che l'amministrazione Bush ha sempre negato.

Oggi, giovedì, la Corte suprema ha assestato l'ultimo colpo a questo castello di illegalità. In una sentenza a maggioranza ha stabilito che tutti i detenuti di Guantanamo hanno il diritto non solo ad un equo processo, ma a rivolgersi ai tribunali civili per contestare la loro detenzione. In pratica la Corte ha bocciato la mostruosità giuridica del concetto di "combattente nemico illegale" (unlawful enemy combatant), che, secondo gli avvocati del governo, non possono godere né dei diritti dei prigionieri di guerra (lawful enemy combatants), né dei "normali" criminali, ma che si troverebbero in un limbo giuridico alla totale discrezione del "comandante in capo" e dei suoi poteri di guerra.
A coloro che sostengono che la guerra al terrorismo giustifica un trattamento eccezionale e la soppressione delle garanzie costituzionali ha risposto l'estensore della sentenza, il giudice Anthony Kennedy: "Le leggi e la Costituzione sono state create per sopravvivere e mantenere la loro validità anche in tempi straordinari".

Stefano Rizzo

da www.aprileonline.info - 12 giugno 2008



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11 dicembre 2009