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Iraq, cinque anni dopo
Il 19 marzo 2003 iniziava l’attacco all’Iraq, con i bombardamenti su Baghdad – l’operazione “Colpisci e terrorizza”, a cui sarebbe seguita poco dopo l’invasione di terra dal sud, la “caduta” della capitale, il 9 aprile, e poi l’occupazione. Che continua.
Cinque anni dopo, l’Iraq è un Paese distrutto, devastato dalla violenza, profondamente diviso, con una situazione umanitaria disastrosa, e dove è stato “esportato” di tutto, a cominciare dal terrorismo ‘jihadista’, tranne i diritti e la democrazia. E che è molto difficile raccontare.
Gli iracheni - quelli rimasti, dopo che in quasi due milioni sono fuggiti dal Paese, e altri due milioni e mezzo sono sfollati al suo interno – hanno opinioni articolate e spesso contraddittorie, oltre che profondamente divise a seconda della confessione religiosa o dell’etnia. Ma su una cosa in maggioranza sembrano essere d’accordo: la presenza delle forze straniere nel loro Paese peggiora la situazione.
Ciò nonostante, il governo del premier Nuri al Maliki ha dato inizio ai negoziati con Washington, che dovrebbero portare – entro fine luglio – a definire una presenza a tempo indeterminato delle forze Usa.
Senza più bisogno della foglia di fico del mandato Onu – l’organizzazione internazionale sempre meno “rilevante”, ma che in parecchi considerano l’ultima speranza di salvare il Paese.
Newsletter Osservatorio Iraq 6/2008: dal 5 al 19 marzo 2008
www.osservatorioiraq.it
segnalato da www.obiettivo.info/FabioNews