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L'ultima generazione serba del Kosovo
Il racconto delle vite sospese in attesa dell'indipendenza.
Il processo di indipendenza del Kosovo sembra inarrestabile. La macchina è in moto e il punto di domanda riguarda solamente il quando, più che il se. Presto si chiamerà Kosova, ma il passaggio non sarà così indolore come il cambio di una sola vocale.
La situazione dei Serbi che hanno deciso di rimanere ancorati alla propria terra non è rosea.
Il Kosovo, per la Serbia, ha lo stesso significato che Gerusalemme ha per ebrei, cristiani e musulmani. A Pec ha sede il Patriarcato ortodosso; a Kosovopolje, nel 1389, si è scritta la pagina dell’eroismo del popolo slavo. A Belgrado la separazione verrà vissuta come una mutilazione che difficilmente verrà accettata.
Dopo i settantasette giorni di guerra tutte le famiglie serbe sono state costrette, anche con la violenza, a lasciare le proprie abitazioni per muovere fuori dal Kosovo ma sempre all’interno della Serbia. È così che tutti hanno assunto lo status di IDPs: Internal displaced persons, profughi in Patria. La risoluzione Onu 1244 ha fissato come “standard” per il riconoscimento dell’entità Kosova il rientro di tutte queste persone, di chi lo volesse, nelle loro abitazioni originarie.
Nonostante tutte le buone intenzioni, nonostante tutte le commissioni e le agenzie ad hoc con sigle annesse, Mwg, Hddc, Kpa, il progetto non sta raccogliendo i frutti sperati.
Piange, Bosiljka. Le lacrime inciampano nel groviglio di rughe disegnate sul suo volto. Vorrebbe tornare anche solo per una notte nella sua casa: da nove anni la sogna tutte le notti; eppure ogni giorno, passandoci davanti, è costretta a rivolgere lo sguardo altrove. Non riesce a guardarla.
Bosiljka Radosavljevic è una IDP. È riuscita a ritornare nella sua città, Klina, ma non a casa sua. Mihajlo Mazic la ospita in due stanze, lei e il marito Vladimir.
La loro casa è tra le più belle di Klina: si trova sulla strada principale proprio di fronte al municipio, proprio dove si riunisce il Municipal working group, proprio la commissione che sovrintende ai rientri dei Serbi.
Subito dopo i settantasette giorni di guerra, il 17 giugno ’99, Bosiljka e Vladimir, come tutti gli altri, sono stati costretti a lasciare la loro abitazione con tutto quello che c’era dentro. Sono andati a Presevo. Ci sono rimasti fino al 2005, fino al 28 aprile.
Le speranze di tornare là dove hanno vissuto per cinquant’anni sono andate infrante quando, arrivati a Klina, hanno visto un ristorante là dove c’era una curatissima e vezzosa zona giorno e ai piani superiori insegne dell’Uçk e dell’Aak, partito il cui leader è Ramush Haradinaj, ex comandante dell’Uçk, chiamato a rispondere al Tribunale dell’Aja per crimini di guerra.
La loro casa era occupata da qualcun altro e capirono subito che non sarebbe stato facile mandarlo via. Il signor Morina del villaggio di Gllobar (Drenica) ha messo piede in quella casa subito dopo la fine della guerra. Quando i Radosavljevic hanno presentato ricorso al tribunale, Morina ha prodotto in giudizio una procura a vendere sottoscritta da Vladimir in Montenegro, asserendo di aver versato 200.000 euro come corrispettivo. Ma il giro di procure falsificate dalla criminalità organizzata in Montenegro è ben noto alle autorità internazionali.
I giudici, due internazionali e un locale, hanno dato ragione a Bosiljka e Vladimir, ma manca una firma su un documento della Kosovo Property Agency che dia esecutorietà al provvedimento.
Bosiljka è convinta che Morina abbia degli uomini infiltrati nei posti chiave e in una regione dove la corruzione è la prassi non gli riesce difficile bloccare l’iter burocratico.
Non esita a definire mafiosi i metodi del suo inquilino abusivo: a suon di marchi prima e di euro dopo ha preso per la gola molti serbi convincendoli a cedere la proprietà a prezzi molto al di sotto del valore di mercato. Anche loro hanno ricevuto un’offerta di 80.000 euro per mettere tutto a tacere: hanno rifiutato. Purtroppo l’offerta era di quelle che non potevano essere rifiutate. È così che il 28 di dicembre 2006 poco prima di mezzanotte, mentre dormivano, Bosiljka e Vladimir si sono ritrovati una raffica di 65 colpi di Kalashnikov Ak – 47 nelle pareti della camera da letto e due granate, private dell’innesco, sul pavimento della cucina. Un avvertimento che non è di difficile interpretazione. Ma Bosiljka non arretra di un passo, neanche quando per strada dei ragazzi (lei giura, prezzolati) la chiamano puttana e le sputano addosso. Vuole tornare anche solo una notte nella sua casa. Sono nove anni che la sogna tutte le notti. Bosiljka vuole morire tra quelle mura.
Milorad Pavlevic vive in un condominio al primo piano di quattro. È il solo serbo tra sette famiglie di albanesi. Il suo è un appartamento molto dignitoso, pulito. Ha anche l’acqua calda, il satellite tv e le pareti sono state tinteggiate di recente; i mobili sono nuovi e sembrano di buona fattura.
Quando è ritornato a Klina – tiene a sottolineare di essere stato il secondo, dopo Mihajlo Mazic – ha trovato che anche il suo appartamento era stato occupato da un albanese. Ma Milorad è stato più fortunato: l’inquilino abusivo, al suo ritorno, ha pacificamente lasciato libera la casa.
Pavlevic vuole vivere serenamente. Dice di essere cresciuto con gli albanesi e non vede perché non possa conviverci.
Non fa come gli altri Serbi che il giovedì prendono l’autobus per andare a fare la spesa a Mitroviça, nei mercati dei connazionali. Anche se il viaggio è gratis, perché il bus ce lo mette l’Unmik. Lui preferisce fare la spesa al mercato della città, dove i venditori sono tutti albanesi; ammette però che un albanese non acquisterebbe mai neanche un uovo da un serbo.
Eppure qualcosa gli è successo: è successo il 19 settembre 2006, alle otto di sera. Milorad e la moglie erano seduti a guardare la tv sul divano. Una bomba a mano ha infranto i vetri della finestra, ha toccato terra ed è esplosa. La signora Pavlevic è stata sbalzata contro il muro. Ha perso l’uso dell’orecchio e dell’occhio destro. Milorad si è ritrovato con più di quaranta schegge in tutto il corpo. Agim Ceku, all’epoca primo ministro del governo provvisorio del Kosovo, ha fatto loro visita in ospedale e si è impegnato rimettere tutto a posto: a fornirgli l’acqua calda e il satellite tv, a tinteggiare le pareti e arredare l’appartamento con mobili nuovi, di buona fattura. Milorad ha avuto ricevuto anche una porta blindata così che i suoi condomini non la sfondino più a calci, di notte.
Klina è stata la prima città in Kosovo che ha visto ritornare dei Serbi. Qui possono muoversi liberamente anche se, come si è visto, con qualche rischio.
Nel resto della regione lo scenario è diverso: Grabac e Binça sono due piccoli villaggi della municipalità di Klina e sono le prime realtà, in Kosovo, ad essere ripopolate dai Serbi. Sono due “etnosistemi” particolari in quanto sussistono con lo status di enclave.
Non c’è interazione tra le due comunità e anzi per accedervi bisogna sottoporsi a un controllo pignolo dei soldati della forza multinazionale che garantisce l’incolumità dei pochissimi abitanti.
Le condizioni di vita sono esasperanti: il tasso di disoccupazione qui è il 100 percento. Nessuno lavora, considerata ovviamente, anche l’avanzata età anagrafica. Tutti prendono un sussidio mensile di 40 euro che Belgrado continua a versare. Anche se non si sa per quanto tempo ancora.
I giovani sono tutti in Serbia; le scuole sono là e non hanno intenzione di vivere in un villaggio dove anche solo per arrivarci bisogna rischiare la vita. Nessuno si è neanche preoccupato di riparare la strada, piena di fosse che se hai un mezzo militare bene, altrimenti…
Ilinka Kristic è una donna minuta, ma proprio piccola, piccola. Il sole, fortissimo quello delle tre, le rimbalza addosso come farebbe sulla superficie di uno specchio.
Ha 78 anni baba Ilinka; “baba” vuol dire nonna, da queste parti. Il 7 giugno 2002 ha chiesto al figlio di portarla qui e nonostante le preghiere di quest’ultimo di tornare indietro, lei è stata irremovibile.
Adesso vive da sola in una casetta quadrata, rossa, costruita con mattoni rossi, quadrati.
Non ha paura di stare sola: quando morirà in qualche modo la famiglia lo saprà. Non ha paura perché ci sono i soldati di guardia; certo non si azzarderebbe mai a scendere a Klina, tra gli albanesi: i Latini (gli albanesi cattolici) hanno bruciato vivo il figlio di suo fratello, rubano nelle case dei suoi vicini, tagliano i fili che portano l’elettricità e inquinano i pozzi d’acqua.
Neanche lei ama andare a Mitroviça. Da quando dopo la guerra fu messa su un bus per andare in Serbia, non riesce più a viaggiare in quel modo: vomita.
A farle la spesa ci pensa un uomo del villaggio, lo zoppo, quello con quattro gambe lo chiama lei.
E poi Ilinka non potrebbe proprio muoversi. Ha un cane, cinque gatti e undici maiali a cui badare; i maiali prima o poi li ammazzerà tutti, tutti tranne Gherguzo, il suo preferito che gli fu regalato dal governo di Belgrado al suo rientro.
È un mistero comprendere la felicità che riempie i suoi occhi brillanti, così come anche le sue risate. Saranno incomprensibili per chi non ha le radici in quella terra.
Hashim Thaci, il primo ministro del governo provvisorio, ha dichiarato che il Kosovo è pronto per l’indipendenza: è pronto l’inno, è pronta la bandiera, è pronto il popolo.
Non è facile prevedere quanti Serbi saranno disposti a vivere in un Kosovo non più figlio di Belgrado, ma moltissimi ripiegheranno oltre le sponde del fiume Ibar. È facile prevedere però che questa è l’ultima generazione serba radicata nella terra di Pristina, di Pec, Prizren, Kosovopolje e Decani.
Le scuole non prevedono l’insegnamento secondo i programmi ministeriali serbi e siccome non ci sono Serbi disposti a che i figli parlino albanese, i figli di Serbia studiano tutti nella Grande Madre Patria. Torneranno mai in Kosovo?
Neanche Stojan Doncic ci crede fino in fondo. Lui è il capovillaggio di Binca, è il rappresentante deputato a sedere nelle riunioni del Municipal working group. Ma dai verbali delle assemblee risulta che ha disertato tutte le sedute. Dice che vive e si sacrifica con i suoi tre figli nell’enclave, ma possiede una mercedes con targa montenegrina. Dice che i suoi ragazzi frequentano le scuole di Videja - dove invero si sperimenta un ultimo disperato tentativo di coesistenza tra bambini albanesi e serbi – ma la maestra non li ha mi visti. Probabilmente vive in uno stato parallelo, ha un rifiuto totale della realtà. Probabilmente non è molto chiaro, neanche con sé stesso.
Ha un certo sapore malinconico passare sulla strada che corre lungo le case di Videja. Quell’asfalto appena posato, dettato da un criterio di balance programm: infrastrutture per gli albanesi che accoglieranno i serbi. Videja è un laboratorio politico, ma è anche un vero e proprio opificio. I serbi mettono mattone su mattone per ricostruire le case per le proprie famiglie, le stalle per i propri animali. Si spera, nel vederli lavorare così, che decideranno di rimanere. A prescindere da qualsiasi accadimento geopolitico.
Milija Vulicevic quando è ritornato ha riconosciuto la sua casa, totalmente distrutta, grazie al melo piantato davanti alla vecchia veranda. Non ha trattenuto le lacrime quando lo ha rivisto rigoglioso e carico di frutti. Non tutto ha smesso di vivere, si è detto. Il melo lo ha atteso per sette anni.
Suo figlio è giovane e forte. Insieme hanno deciso di aiutare anche gli altri e perciò al mattino lavorano nella loro proprietà, al pomeriggio lavorano per la comunità.
Milija è un ingegnere meccanico. Lavorava alla Zastava, la principale industria automobilistica serba, convertita poi, come sempre capita, in industria bellica e per questo motivo diventata obiettivo strategico dei bombardieri. Non cerca un lavoro dello stesso rango. La sua vita, dice, sarà dedicata interamente alla sua casa, ai suoi animali, alla sua comunità.
In un’atmosfera da day before di una grande rivoluzione politica si ripropone ancora una volta il rebus storico dei Balcani, una regione che come diceva Churchill ha sempre prodotto più storia di quanta potesse consumarne.
Per due volte appendice dell’Albania, per due volte appendice della Serbia, il Kosovo, il Kosova, si avvia a divenire un’entità autonoma per la prima volta. Probabilmente non sarà neanche questa volta una visione definitiva.
Definitiva è l’immagine dell’ultima generazione della Grande Serbia che rimane aggrappata sulla grande chiatta Kosovo mentre va alla deriva. Ricordo sbiadito, desaturato, degli ultimi fotogrammi dell’Underground di Emir Kusturica.
Nicola Sessa
da www.peacereporter.net - 2 febbraio 2008 - segnalato da Silvia