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Iraq - Afghanistan. Due guerre o una sola?
Riflessione - E' stato nominato il nuovo "zar di guerra" alla Casa bianca, il generale Douglas Lute, che dovrà coordinare l'impegno militare in Afghanistan e in Iraq. A pensare ancora che vi sia una differenza tra i due conflitti sono rimasti il governo italiano, francese, tedesco e spagnolo
Curioso. Chi se ne va si dichiara ottimista. Chi rimane è catastrofista. A marzo, lasciando l'incarico di ambasciatore americano a Kabul, Ronald Neumann affermava di essere "molto fiducioso" sul futuro del paese. Stessa cosa ha fatto il mese scorso Meghan O'Sullivan, il vice consigliere per la sicurezza nazionale responsabile per le guerre in Iraq e Afghanistan, nel mentre che si apprestava a lasciare il suo prestigioso incarico alla Casa bianca. Per contro, Mike McConnel, il nuovo direttore dell'intelligence nazionale, ha dichiarato davanti al Congresso che la "situazione in Afghanistan è drammatica" e che il 2007 sarà un anno di svolta nel tentativo di fermare l'insurrezione talebana.
Dopo avere inutilmente cercato a Bruxelles di convincere gli alleati europei a rinunciare ai "caveat" che vincolano l'impiego delle loro truppe all'interno delle zone di competenza, gli americani hanno deciso di fare da soli. Scaduto il comando a rotazione del generale inglese David Richards, la Nato ha prontamente nominato a capo della missione Isaf un generale americano, Dan McNeill, noto per essere un duro, mettendo così completamente in mano americana il comando di tutte le truppe occidentali in Afghanistan (28.000 USA e 21.000 del contingente Nato-Isaf).
Così a marzo, mentre Daniele Mastrogiacomo, il suo interprete e il suo autista si trovavano nelle mani del mullah Dadullah, gli americani affiancati dai contingenti canadesi e australiani, oltre che da qualche migliaio di soldati afgani, potevano lanciare l'operazione "Achille" nella provincia di Helmand al fine di contrastare la preannunciata offensiva di primavera dei talebani. Dimenticavano però che i talebani e i signori della guerra loro alleati combattono da decenni contro eserciti di occupazione più potenti di loro e sanno come sottrarsi agli attacchi che vorrebbero schiacciarli. Il risultato (fin qui) dell'operazione Achille è stato, secondo i bollettini, qualche centinaio di guerriglieri uccisi, al costo tuttavia di un elevatissimo numero di vittime civili, che ha suscitato le proteste delle comunità locali e perfino del presidente Karzai.
In risposta all'attacco concentrico i talebani si sono rifugiati nei loro santuari in Pakistan, ingaggiando battaglia con le truppe afgane che li inseguivano e con i soldati americani. Hanno intensificato gli attacchi suicidi nelle città e contro esponenti del governo afgano. Molti di loro si sono anche rifugiati verso ovest nella vicina provincia di Herat controllata dagli italiani. Qui hanno scoperto che potevano operare con maggiore tranquillità dal momento che le regole di ingaggio del nostro contingente (così come di Spagna, Francia e Germania) prevedono solo azioni difensive di protezione e non operazioni di contrasto attivo.
Il risultato è stato che sono aumentati, anche nel nord-ovest fino ad allora relativamente tranquillo, gli attentati e le bombe piazzate sulle strade. Due soldati italiani sono rimasti feriti in un attentato e altri sono stati oggetto di colpi di fucileria, aggiungendosi ai nove già uccisi negli anni scorsi. Gli americani intanto, incuranti degli accordi Nato che attribuiscono piena responsabilità della provincia di Herat al comando italiano, hanno lanciato operazioni contro i talebani uccidendo anche un gran numero di civili inermi, e suscitando nuove accese proteste di Hamid Karzai, oltre che più diplomatiche rimostranze da parte del governo italiano.
E' in questo contesto di accresciuta pericolosità che è nata la decisione di rinforzare il dispositivo militare italiano con elicotteri d'assalto mangusta, con blindati e con carri armati leggeri, mentre due predator sorveglieranno dall'alto. Sia il ministro della difesa Parisi, che quello degli esteri D'Alema si sono affrettati a dichiarare che "non cambia la natura della missione" e che essa rimane esclusivamente di peace-keeping, "su richiesta del legittimo governo afgano e per mandato delle Nazioni Unite e della Nato" -- come ha precisato da Bruxelles D'Alema. In altri termini, con i nuovi armamenti (e i 145 militari necessari per la loro operatività) non cambieranno le regole di ingaggio e non verranno lanciate operazioni di peace-enforcing, cioè di caccia ai guerriglieri talebani.
D'Alema e Parisi sono uomini d'onore e non abbiamo ragione di dubitare che sarà così, anche se il parlamento italiano farà bene a vigilare affinché la missione italiana si mantenga nei confini approvati con due distinti voti alla Camera e al Senato solo un mese fa.
Ma il punto non è questo. Il punto è che la guerra afgana sta cambiando rapidamente connotati e somiglia sempre di più a quella irachena. Il fragile governo afgano di Hamid Karzai somiglia sempre di più a quello iracheno di Nuri al-Maliki, entrambi eletti ed entrambi incapaci di governare. Le truppe occidentali sono presenti nei due paesi "su richiesta dei legittimi governi", ma a causa dell'ostilità di gran parte della popolazione e della loro stessa brutalità, somigliano sempre di più ad eserciti di occupazione. E i legittimi governi, quando non protestano per gli attacchi contro i civili, somigliano sempre più a governi fantoccio.
Rimane certo una differenza giuridica, ma anch'essa è sempre più esile. La presenza di truppe americane e britanniche in Iraq è stata "riautorizzata" a ottobre del 2006 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, mentre, per quel che riguarda la presenza in Afghanistan, si tratta di un "mandato" pieno e allo stesso tempo di una decisione del consiglio generale della Nato. Ma la sostanza rimane la stessa: in entrambi i casi sono in corso (in Afghanistan da quasi sei anni, in Iraq da quattro) due guerre: una guerra civile per rovesciare i governi in carica, bollati di collaborazionismo, e una guerra contro l'occupazione straniera. Così almeno la vede la stragrande maggioranza degli iracheni e degli afgani.
Così la vedono gli americani, che hanno sempre considerato i due conflitti come un'unica guerra contro il terrorismo, contro l' "islamofascismo" e per ridisegnare il Medioriente in senso democratico. Così che, quando due mesi fa Bush ha chiesto di rifinanziare le due guerre, lo ha fatto con un unico provvedimento per entrambe. Ed è di ieri la nomina di un nuovo "zar di guerra" alla Casa bianca, il generale Douglas Lute, che prenderà il posto dell'inetta e troppo ottimista Meghan O'Sullivan e dovrà coordinare una strategia comune per entrambe. (Intanto notiamo - ed è una misura della gravità della situazione - che non era mai successo nella storia americana che un militare in servizio attivo venisse nominato ad un incarico civile.)
Gli unici governi a pensare ancora che vi sia una differenza tra le due guerre sono quello italiano, e con esso i governi di Francia, Germania e Spagna, che hanno ritirato le proprie truppe dall'Iraq, ma ritengono che sia legittimo e produttivo tenerle in Afghanistan -si suppone per il bene di quel paese. Ci auguriamo soltanto che a convincerli altrimenti non sia l'inevitabile precipitare della situazione e la perdita di altre vite umane, anche tra i nostri soldati.
Stefano Rizzo
da www.aprileonline.info – 16 maggio 2007