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Somalia, il tracollo
L'ultima ondata di violenze che sta insanguinando il paese ha prodotto 1000 morti in meno di sette giorni. I clan cercano la tregua, ma gli Etiopi non sembrano intenzionati a deporre le armi. Una situazione di guerra così drammatica non si registrava da almeno 15 anni.
Un migliaio di vittime in meno di una settimana. Il tracollo della Somalia è nelle cifre che non lasciano spazio all'immaginazione, e che riportano brutalmente il Corno d'Africa in testa all'agenda del mondo.
I combattimenti scoppiati a Mogadiscio e dintorni dal 29 marzo al 1 aprile hanno provocato un massacro impressionante tristemente sintetizzato dalle cifre riferite dai vertici di Hawiye, uno dei maggiori clan etnici somali, attivo soprattutto nella parte centro-meridionale del paese.
Un conto terrificante, dal quale emergerebbe uno scenario di guerra come non si vedeva nel paese da 15 anni, enormemente più grave dei dati riferiti dalle ong straniere e dalla Croce Rossa, e conseguenza inevitabile delle violenze che hanno visto contrapposti i ribelli oppositori del governo di transizione e l'esercito dell'Etiopia, alleato di Mogadiscio. Fino ad oggi, il Comitato internazionale della Croce rossa aveva parlato solo di decine di morti nei combattimenti, a maggioranza civili, mentre due organizzazioni umanitarie somale avevano denunciato un numero di morti fra i 120 e i 381. Invece, secondo il rapporto elaborato in base a notizie raccolte da media locali, organizzazioni umanitarie e fonti mediche e diffuso da Radio Shabelle, sarebbero 1086 i civili uccisi, tra cui donne, bambini, anziani e ragazzi, e 4344 i feriti, tra quelli gravi e quelli lievi. E non basta. Circa un milione e 400.000 persone, sul totale dei due milioni e 400.00 abitanti di Mogadiscio, sarebbero stati costretti a lasciare le loro case a causa degli scontri, tuttora in attesa di riparo e sostegno, senza acqua, generi di prima necessità e medicinali. Nel campo profughi di Doble sono morti già sei bambini per la diffusione di epidemie. Al drammatico bilancio, riferisce Hussein Aden Korgab, portavoce degli Hawiye, andrebbero aggiunti oltre un miliardo e mezzo di dollari di danni materiali, per la distruzione o il grave danneggiamento di abitazioni, università, uffici pubblici, negozi, industrie e ospedali, compreso un migliaio di scuole coraniche, distrutte anch'esse dai giorni di feroce guerriglia.
Secondo il racconto di alcuni testimoni, a dare l'avvio ai combattimenti è stato un attacco di uomini armati non meglio identificati contro l'ex ministero della Difesa, ora quartier generale dell'esercito etiopico. Agli spari dei ribelli, gli etiopici avevano risposto con colpi d'artiglieria pesante, allargando poi l'offensiva, anche attraverso l'appoggio di elicotteri d'assalto. Ufficialmente l'esercito etiopico è intervenuto in Somalia alla fine del dicembre 2006, per sbaragliare le Corti islamiche che avevano lanciato un appello alla guerra santa contro il regime di Addis Abeba, e che furono così scacciate da Mogadiscio, che loro stessi avevano conquistato, destituendo il governo e contando sull'appoggio anche di una parte della popolazione civile, da sempre divisa in clan. Il governo di transizione è il quattordicesimo tentativo dalla caduta di Siad Barre, nel 1991, di ristabilire un potere centrale in grado di controllare l'intero territorio e il suo mandato terminerà nel 2009, data in cui, teoricamente, dovrebbero svolgersi le elezioni generali. Hawiye ha lanciato appelli alla comunità internazionale e alle organizzazioni per i diritti umani per chiedere l'invio di aiuti umanitari e il varo di una missione per verificare la situazione sul terreno, senza che tutto resti in mani etiopiche.
E' proprio il rapporto con l'Etiopia, infatti, il nodo della questione. In queste ore il vice primo ministro somalo, Hussein Aidid, ha chiesto il ritiro delle truppe etiopiche che appoggiano il governo, nel timore che la Somalia "divenga un altro Iraq". "Le truppe etiopiche devono lasciare il territorio somalo per lasciare che i somali decidano da sè il loro destino" ha sentenziato Aidid, attualmente in Eritrea come altri dirigenti somali, e dove si troverebbe in questi giorni anche lo sceicco Sharif Sheikh Ahmed, numero due delle Corti Islamiche. Quest'ultimo era stato fermato in gennaio in Kenya dopo la disfatta militare delle milizie dei Tribunali Islamici di fronte all'offensiva dell'esercito etiopico. Anche per questo, le Corti hanno riparato nella vicina Eritrea, guidata dal discusso leader Isaias Afeworki, da sempre inviso agli Etiopi. L'Eritrea, che ha relazioni estremamente tese con l'Etiopia dopo una guerra che oppose dal 1998 al 2000 i due Paesi confinanti, ha garantito il suo sostegno ai dirigenti dei Tribunali islamici. Aidid e Afeworki sono in continuo contatto, convinti entrambi della inopportunità di interventi di forze straniere, che "complicano la ricerca di una soluzione politica in un Paese in cui c'e' la guerra civile dal 1991", come ha ricordato lo stesso Afeworki.
Tuttavia la guerriglia non si ferma, senza che l'Onu o l'Unione Africana (che a febbraio inviò appena quattromila uomini per la missione di peacekeeping) riescano ad contenere l'intensità degli scontri e degli spargimenti di sangue. Radio Shabelle riferisce di battaglie fra truppe lealiste della regione semi-autonoma del Puntland e dell'auto-proclamata Repubblica del Somaliland nella zona di Dahar, nel nord della Somalia. Le autorità del Somaliland avrebbero ammesso la perdita di almeno un militare e il ferimento di altri due, sostenendo comunque di avere avuto il sopravvento sulle forze del Puntland. Le forze etiopiche hanno il controllo del territorio, anche perché protette dalle potenze occidentali, alla ricerca di un avamposto per la lotta al terrorismo. Non a caso, il governo etiope ha ammesso per la prima volta di aver tenuto prigionieri 41 "sospetti terroristi" catturati proprio in Somalia, giustificando la cosa come parte della "guerra globale al terrore", precisando di aver liberato i sequestrati, ma riuscendo certamente a gratificare l'alleanza anti-islamica, e rafforzando il suo ruolo di interlocutore privilegiato. Anche per questo, a Mogadiscio come nel resto della Somalia, oggi gli Etiopi la fanno da padrone, anche se tutto sembra in mano ad una sorta di autogestione degli stessi clan, alla ricerca di un accordo tra le parti, più che altro una trattativa di scambievoli favori.
I leader di Hawiye, che dopo il 1 aprile avevano già cercato la tregua, hanno organizzato un incontro con gli ufficiali militari etiopi il prossimo 16 aprile, per evitare che nuovi combattimenti mettano a rischio una settimana di relativa calma nella capitale. Ma nelle scorse ore, le truppe somale ed etiopiche hanno bloccato strade e scavato trincee anche nei pressi della capitale, pronti ad una imminente ripresa dei combattimenti.
Alessandro Chiappetta
da www.aprileonline.info – 10 aprile 2007