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Mogadiscio, un benvenuto di fuoco

Le truppe dell'Unione Africana accolte a colpi di mortaio, undici morti.

Somalia - E' stato un caldo benvenuto quello che il “comitato di accoglienza” degli insorti somali ha riservato alle truppe ugandesi dell'Unione Africana, sbarcate lo scorso martedì nella capitale Mogadiscio: colpi di mortaio e imboscate per le vie della capitale, che hanno provocato almeno undici morti e 23 feriti, tutti civili. “Ero al telefono quando ho sentito un boato impressionante e un lampo rosso – racconta a PeaceReporter il giornalista Sahal Abdulle – poi il cielo si è riempito di proiettili traccianti”. Questa la testimonianza degli scontri di martedì e mercoledì, in una città sempre più in preda al caos.

Imboscata. “Gli insorti hanno attaccato un convoglio dell'Ua a un incrocio non lontano dall'aeroporto – continua Abdulle – ma i colpi di mortaio hanno mancato l'obiettivo, colpendo un ristorante vicino. Quando sono arrivato sul posto, dopo aver chiesto alla polizia di scortarmi, c'erano solo cadaveri e resti di corpi sparsi per la strada”. Le truppe dell'Ua, giunte in Somalia per supportare il governo di transizione, hanno ricevuto la stessa accoglienza riservata nel 1993 alle truppe dell'Onu e ai marines americani. A condurre gli attacchi di martedì, presumibilmente, sarebbero stati uomini delle Corti islamiche, cacciate da Mogadiscio lo scorso dicembre dall'avanzata delle truppe somalo-etiopi. Il comando dell'Ua, che a breve dovrebbe riuscire a schierare 4.000 uomini nel Paese (finora ne sono arrivati 1.200), ha reso noto che gli attacchi non influenzeranno il lavoro dei propri uomini. Ma la popolazione rimane scettica.

Caos. “La situazione a Mogadiscio è peggiore che durante la guerra civile – rivela a PeaceReporter il giornalista Abukar Albadri – ogni volta che si esce di casa lo si fa a proprio rischio e pericolo, senza essere sicuri di tornare. La maggior parte dei negozi è chiusa, le scuole hanno sospeso le lezioni e metà della gente è scappata dalla città. L'esodo è così massiccio da aver fatto raddoppiare i costi di tutti i mezzi di trasporto, dagli aerei ai minibus”. Principali responsabili dell'instabilità in città non sono tanto gli uomini delle Corti, quanto i miliziani attivi durante la guerra civile, tornati ad armarsi dopo che la città è diventata terra di nessuno. “Ogni ora, in ogni strada, i miliziani rubano, stuprano, uccidono in totale impunità. Le truppe etiopi e somale proteggono loro stesse, così come gli uomini dell'Ua. La polizia, con la scusa di raccogliere le armi, perquisisce casa per casa e ruba radio, tv, soldi, tutto quello che trova”.

Alleanze. L'Ua non ha né gli uomini né il mandato per affrontare i problemi, visto che è in Somalia per addestrare esercito e polizia. “Se sono qui solo per addestrare i somali, 4.000 uomini sono troppi – continua Albadri – mentre se devono garantire la sicurezza, sono troppo pochi”. Schierati nelle maggiori città, da Kismayo a Baidoa, i “berretti verdi” avrebbero già cambiato strategia a séguito degli attacchi di martedì. “La maggior parte degli effettivi è stata richiamata a Mogadiscio dal sud”, conferma Abdulle. In città il caos durerà ancora a lungo, nonostante le truppe etiopi non sembrino in procinto di ritirarsi. “Si è creata una sorta di alleanza tra i miliziani e gli insorti, perché entrambi hanno l'obiettivo di indebolire il governo – conclude Albadri – da una parte i miliziani fanno i loro comodi, dall'altra gli uomini delle Corti non li fermano, perché vogliono far vedere alla gente come il governo l'abbia abbandonata”.

Matteo Fagotto

da www.peacereporter.net – 8 marzo 2007

Soldati dell'Unione Africana
all'aeroporto di Mogadiscio

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Ultimo aggiornamento
26 novembre 2008