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«La mia storia nel buco nero della guerra Usa»

Guantanamo - Il racconto di un prigioniero alla fine liberato Rhuhel Ahmed, cittadino britannico, è stato prigioniero per 26 mesi. «Torturato e interrogato centinaia di volte su "obl"»

Quando è uscito dall'aereo e ha visto il campo di Guantanamo ha pensato: «Sembra proprio uno zoo». Invece sarebbe stata la sua prigione per ventisei mesi, più di due anni, senza un'accusa precisa, in termini legali. Ma l'accusa era la stessa per tutti: essere collegati in qualche modo ad al Qaeda e alla «guerra» contro gli Stati uniti. I cosiddetti «combattenti nemici».
A vederlo Rhuhel Ahmed, oggi ventitrè anni, cittadino britannico di origini bangladeshi prigioniero degli Usa dal gennaio 2002 al marzo 2004, sembra un ragazzo qualsiasi. «Come persone qualsiasi erano quelle recluse con me. Ce n'erano tanti di ragazzi, diciotto, vent'anni», racconta. Ieri era a Roma, ospite di Amnesty International. Basso di statura, robusto (faceva kick boxing), barba lunga, testa rasata, indossa una tuta blu. Da quando è stato liberato - grazie alle pressioni della sua famiglia e dell'opinione pubblica - passa il suo tempo da un paese all'altro, a raccontare quello che ha vissuto lì dentro, quello che ha visto, le torture che ha subìto. Oggi riparte per l'Inghilterra, domani sarà in Norvegia, «sempre hotel e giornalisti». E' ispirato alla sua storia, e a quella di altri due suoi amici, il film di «La via per Guantanamo». Praticamente Ahmed è una specie di testimonial dell'orrore. La sua vita è cambiata radicalmente dal 2001, cambiata per sempre. Oggi dice di non avere nessun progetto per il futuro. Qualche volta sogna i suoi giorni a Guantanamo. Ma solo qualche volta.
«A settembre di quell'anno sono partito da Tipton, in Inghilterra, dove vivo, per il Pakistan. Si sposava Shafiq Rasul. Con noi c'era anche Asif Iqbal. Eravamo amici, insomma, un viaggio di piacere, e anche un viaggio verso la terra delle origini. Politica? Mai fatta politica, destra, sinistra, non me n'è mai importato nulla. A sedici anni ho finito la scuola, e lavoravo part-time a Tipton». I tre amici sono in Pakistan l'11 settembre, quando vengono attaccate le Torri Gemelle a New York. Ma non calcolano immediatamente le conseguenze, anzi, progettano i loro giorni di vacanza e decidono di passare il confine con l'Afghanistan. Dice: «Sì, avevamo saputo che avrebbero potuto esserci dei bombardamenti, lo avevamo sentito da un imam, ci avevano detto che forse ci sarebbe potuto essere bisogno di un aiuto umanitario. Ma per la verità quello che mi interessava era vedere il paese». Invece si trovano nel mezzo di una guerra. Confini chiusi, non possono tornare in Pakistan. Finché a fine ottobre li arresta l'Alleanza del nord: «Non so se è vero, però in seguito gli americani ci hanno detto che a segnalarci erano stati degli afghani, e che loro davano 35 dollari a chiunque segnalasse un sospetto terrorista». Finiscono nella prigione di Shahbarghan, a Kandahar, insieme a altre 500 persone. Ci restano un mese, ed è la prima volta che Ahmed conosce la tortura: «Ci davano pochissimo cibo, pochissima acqua. E picchiavano, con dei lunghi bastoni metallici». Ma è solo l'inizio. Oggi quando Ahmed ne parla non fa una piega, l'unica smorfia è quando dice: «Sono stati quelli dell'Alleanza del nord a consegnarci agli americani».
I suoi due amici vengono portati via prima, lui è l'ultimo. Lo imbarcano su un aereo. Non sa dove è diretto. Si ricorda che c'è stata una fermata - «forse era in Turchia, ma non ne sono sicuro». E poi l'arrivo a Guantanamo. Lui per lungo tempo è stato convinto di essere negli Stati uniti. Proprio non ci pensava di essere a Cuba. «Ho detto: ma è uno zoo. C'erano solo delle gabbie, con delle persone dentro. Poi ho saputo che eravamo 900. Il colore prevalente era il grigio. Mi hanno dato una tuta arancione, quella che si vede nelle foto». Gli viene assegnato un numero, il 110, e una gabbia, di due metri per due: «Non c'era niente, neanche il materasso. Era chiusa a chiave, ma aperta. Insomma che piovesse o meno stavamo tutto il giorno così, all'aria aperta». Due secchi, come quelli che si usano per le cartacce in ufficio: «Uno era la toilette, e l'altro serviva per l'acqua». Per un mese non può parlare con nessuno. «Non potevi neanche muovere lo sguardo, oppure entravano le guardie e ti sparavano in faccia lo spray urticante».
Ma gli interrogatori iniziano subito. Ed è lì che succedono le cose peggiori. «Tutte le torture che si possono immaginare. Ti buttavano l'acqua fredda in faccia, ti facevano assumere posizioni scomode, e poi ovviamente le botte, tante. Usavano anche i cani. Ma anche abusi sessuali. Anche da parte delle guardie donne. Che sembravano uomini, erano tutte enormi». Di gente ammazzata non ne ha vista, ma di gente che ha tentato il suicidio sì. E ha anche saputo di qualcuno che ci è riuscito. «All'inizio avevo paura di morire ogni giorno, ma è strano, ti abitui. A cosa può accadere domani non ci pensi. Pensi solo momento per momento». Poi ci sono quelli che impazziscono. C'è un blocco separato per loro, il «looney bloc» (il blocco dei pazzi). Ahmed, invece, è riuscito a sopravvivere, in qualche modo. Passa dalle celle «aperte» di X-Ray al blocco di Camp Delta. Quanti interrogatori abbia subìto, non lo sa: «Tantissimi, centinaia».
Invece si ricorda delle domande. Impossibile scordarle, sempre uguali: «Ti chiedevano sempre le stesse cose. Se avevi informazioni sull'attacco dell'11 settembre, se eri un membro di al Qaeda, se conoscevi Osama bin Laden. Alla fine, lo chiamavano "obl"». Ride, ma abbassa gli occhi, mentre continua a infilare grappette in un foglio di carta. Perché Ahmed è molto affabile, ma è anche molto arrabbiato: «Gli americani sono stupidi». George Bush, invece «è un terrorista». Come anche il generale Geoffry Miller, che alla fine del 2002 è andato a dirigere Guantanamo, prima di passare a gestire la prigione di Abu Ghraib, in Iraq. «Lui è il male, il male assoluto». Dice: «Non è che lo penso, io lo so». Sotto la direzione di Miller le condizioni peggiorano. «Torture più pesanti, più cattiveria». L'unica cosa concessa, è la preghiera. «Ma le ho viste con i miei occhi le guardie prendere il Corano a calci, buttarlo nel secchio che serviva da cesso. Lo facevano per farci arrabbiare». Di nuovo una smorfia. «La religione mi ha aiutato, mi ha aiutato tanto, ne è uscita rafforzata».
Mentre era detenuto ha incontrato qualche volta ufficiali del governo britannico: «Dovevano verificare le nostre condizioni, ma mai mi hanno chiesto come stavo, se avevo delle esigenze. Invece mi hanno interrogato, come gli americani». Ufficiali italiani, non ne ha mai visti. Ma si ricorda molto bene di un arabo, che gli ha detto di venire dall'Italia: «Non parlava inglese, ma solo arabo, e io non lo parlo. Però mi ha detto che viveva in Italia, mi sembra fosse marocchino».
Dopo un anno e mezzo di torture, mesi e mesi passato legato, con le celle infestate di animali («ogni tanto entrava un serpente, oppure c'erano gli scorpioni, i topi»), Ahmed confessa: «Sì, certo, gli dici di sì. Che hai conosciuto "obl". Tutto quello che vogliono». Da allora, gli interrogatori finiscono. Cominciano sei mesi fatti dei soliti abusi quotidiani. Un giorno aprono la cella, gli portano dei jeans e una maglietta. Gli dicono: «Te ne puoi andare». Lui viene preso dal panico: «Pensavo che mentissero». Invece è la libertà. Di tutto quello che nel frattempo accadeva fuori, della battaglia in Inghilterra per la sua liberazione, non sapeva nulla. Torna in Inghilterra, riabbraccia la famiglia. Racconta tutto, comincia il suo tour mondiale per raccontare Guantanamo. La battaglia per i diritti umani serve? «Non lo so, ma va fatta». Ora è in causa con gli Stati uniti. Ma dice che per lui non ha molto senso la parola «giustizia». Se un giorno un tribunale dirà che Guantanamo è un posto in cui si violano i diritti delle persone, e che l'amministrazione Bush ha compiuto un atto crimine? «Per me non cambia niente». Poi ci pensa: «Ma forse per il mondo sì».

Cinzia Gubbini

da www.ilmanifesto.it – 17 novembre 2006



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26 novembre 2008