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Quelle omissioni coi boss mafiosi

Sono due i casi passati al vaglio dei magistrati: la perquisizione del covo di Totò Riina e il mancato erresto di Bernardo Provenzano. Su quest'ultimo episodio il processo è ancora in corso.
Intanto Mario Mori, ex capo del Sisde a processo per favoreggiamento di Cosa nostra, è stato nominato da Alemanno al Coordinamento per la sicurezza nella capitale. Un super consulente che vorrebbe coordinare polizia e carabinieri. Il prefetto Mosca, che si era opposto, a novembre è stato rimosso.

Un’omissione è, secondo il vocabolario, «il mancato svolgimento di un determinato compito od obbligo» che si sostanzia «nella mancata esecuzione di un’azione prescritta o nel mancato impedimento di un evento che si aveva l'obbligo giuridico di impedire». La carriera del generale Mario Mori, ex direttore del ROS (Reparto operativo speciale dei carabinieri) e del Sisde (il servizio segreto civile) è da anni sotto la luce dei riflettori in virtù di questo termine: omissione, appunto. Per due vicende cruciali nella storia della lotta contro Cosa Nostra: la cattura di Salvatore Riina e le indagini sul suo successore, Bernardo Provenzano. Nel primo caso l’omissione contestata a Mori fu la mancata perquisizione del covo del boss, nel secondo caso addirittura un mancato arresto.

Il covo di Riina. Era il 15 gennaio 1993 quando i ROS, con la squadra diretta da Sergio De Caprio, il «capitano Ultimo», misero fine alla latitanza del «Capo dei capi». Ma quell'eccezionale operazione venne macchiata da una discutibile scelta investigativa: il covo non fu perquisito e la telecamera che ne monitorava l'ingresso venne disattivata. Solo diciassette giorni dopo l’arresto di Riina le forze dell'ordine entrarono nella villa del boss: all’interno non c'era più nulla. Un gruppo picciotti aveva già portato via tutto, persino una cassaforte, e ridipinto le pareti.
Sulla vicenda si innescò una polemica durissima tra la procura di Palermo, dove si era appena insediato Giancarlo Caselli, e il Reparto operativo speciale. I magistrati sostenevano di non essere stati avvertiti della decisione di eliminare la sorveglianza. Per venire a capo della vicenda ci sono voluti dodici anni. Dopo una lunga indagine, la Procura di Palermo chiese per due volte l'archiviazione del caso ritenendo che fosse impossibile dimostrare che quelle omissioni erano state volute per favorire l'organizzazione mafiosa. Altrettante volte il giudice dell’indagine preliminare rigettò la richiesta: quel processo si doveva fare, le ombre che aleggiavano sulla mancata perquisizione del covo di Riina andavano eliminate.
Il processo si aprì il 7 aprile del 2005. Intanto, nel maggio del 2004, sulla stessa vicenda si era chiuso un altro procedimento: quello intentato da Mori, dal suo braccio destro Giuseppe De Donno e da De Caprio contro due giornalisti, Saverio Lodato dell’«Unità» e Attilio Bolzoni di «Repubblica», accusati di diffamazione a proposito della vicenda del covo. I primi due si ritirarono, andò fino in fondo solo De Caprio che perse la causa: Lodato e Bolzoni, stabilì il tribunale di Milano, «avevano esercitato il dovere di cronaca e di critica con assoluto rispetto».
Il 20 febbraio del 2006 si concluse il processo principale. Il Tribunale di Palermo sentenziò che il fatto, cioè la mancata perquisizione, era certamente avvenuto, ma non costituiva reato. Assoluzione, dunque, ma con motivazioni severe nei confronti degli imputati: «La mancanza di comunicazione e l'assenza di un flusso informativo tra l'autorità giudiziaria ed il ROS (...) appare aver contraddistinto, sotto diversi profili, tutte le fasi della vicenda in esame». Secondo la sentenza, Mori e De Caprio avevano omesso di riferire ai magistrati una serie di informazioni andando al di là dello spazio di autonomia decisionale consentito dalla legge.

Il mancato arresto di Provenzano. È la seconda omissione attribuita a Mori. Secondo l’accusa, il successore di Riina poteva essere arrestato fin dal 31 ottobre del 1995. A indicare il luogo in cui il boss si trovava era stato il colonnello Michele Riccio sulla base delle informazioni fornitegli da Luigi Ilardo, uomo d'onore di Caltanissetta che dal gennaio del 1994 agiva sotto copertura all'interno di Cosa nostra. Ilardo quel giorno si doveva incontrare con Provenzano e due giorni prima aveva avvertito Riccio sul luogo dell'appuntamento. Invece non accadde nulla. Non solo il padrino rimase libero ma tutti i dati sui favoreggiatori della sua latitanza forniti dall'infiltrato, rivelatesi in seguito veritieri, non vennero utilizzati e furono comunicati alla magistratura soltanto molti mesi dopo. Per questo i pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia hanno chiesto e ottenuto lo scorso luglio il rinvio a giudizio del generale e di uno dei suoi più stretti collaboratori, il colonnello Mauro Obinu. Con un'accusa pesantissima: favoreggiamento nei confronti dell'associazione criminale Cosa nostra. Il processo è in corso.

di Nicola Biondo

da l'Unità - 24 gennaio 2009


Bernardo Provenzano


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11 dicembre 2009