Aree tematiche > Cinema e libri > Alice Oxman, diario di un incubo che ritorna

Alice Oxman, diario di un incubo che ritorna

Questo libro di Alice Oxman, una scrittrice americana che ama l’Italia piú di molti italiani, è un formidabile antidoto contro l’amnesia furbetta e miope di chi non vuole fare i conti fino in fondo con quella stagione nera che ha riportato in superficie, dopo sessant’anni, i peggiori liquami di una certa Italia. Sotto Berlusconi è il diario puntuale e certosino, dunque inevitabilmente indignato, di una donna che ogni giorno ha annotato in tempo reale le vergogne del quinquennio berlusconiano. Ma Alice ha messo nero su bianco anche le viltà e i conformismi dell’altra parte: dei partiti del centrosinistra, nonché di gran parte della stampa italiana e del cosiddetto establishment, industriale, finanziario, intellettuale, ecclesiastico. Di tutti coloro che vedevano e tacevano, o minimizzavano, o addirittura fingevano di non vedere per non dover parlare.

Ne viene fuori una cronaca impietosa non solo della nascita e della crescita di un regime moderno, o postmoderno, ma anche della mitridatizzazione che giorno dopo giorno, complice il monopolio dell’informazione, induce i piú ad abituarsi, ad assuefarsi, ad abbassare progressivamente le difese immunitarie, a lasciar passare i peggiori orrori sempre nella convinzione autoconsolatoria che «questa è l’ultima volta». E invece è sempre la penultima. Con l’occhio sgombro dalle lenti deformate del familismo amorale e dell’eterno fascismo italiota, l’autrice scandisce sempre piú angosciata, stupita e sconcertata i rintocchi di quelle giornate che sembravano non finire mai: dichiarazioni ufficiali di esponenti della maggioranza e della cosiddetta opposizione; accostamenti di fatti all’apparenza lontani fra loro; citazioni dai giornali e dalle televisioni; brevi commenti personali, misti a episodi di vita vissuta, fra amicizie che si rompono, conoscenti che non salutano piú, brave persone che straparlano e diventano irriconoscibili. I regimi riescono a peggiorare anche gli uomini migliori.

Sullo sfondo, mentre cadono i foglietti del calendario, prende corpo l’Agenda Unica del regime e del suo ducetto, che fa sparire interi pezzi di realtà dalle sue tv (tutte) e dunque dalla mente dei cittadini. E impone i suoi interessi a un’intera nazione, finendo per convincerla che le vere emergenze nazionali sono i (suoi) processi, le (sue) aziende, le (sue) tasse. «Un regime ­ scrive l’autrice ­ nasce tra mille distrazioni. Scrivo per non avere rimpianti. La storia è sotto il naso di tutti». Le pagine piú tragicomiche sono quelle dedicate ai servi furbi. Sgarbi che paragona il ducetto a Michelangelo. Ferrara che lo accosta a Mozart. Bondi che lo dipinge come «un uomo enormemente buono, straordinariamente buono». Il suo Giornale che lo ritrae come un fusto tutto muscoli e sex appeal. Baget Bozzo che insulta Norberto Bobbio, «un rudere sopravvissuto alla vita». Roberto Castelli che offende il professor Giovanni Sartori, «un personaggio che non sa niente e non capisce niente e non ha mai combinato molto nella vita». Il duo Feltri-Farina che sputa sugli ostaggi non berlusconiani sequestrati in Iraq, vivi (le due Simone, «le vispe terese») o morti (Enzo Baldoni, il «pirlacchione» partito per le «vacanze intelligenti»).

Le pagine piú tristi riguardano i presunti oppositori, quelli che «non basta dire no», quelli che «non bisogna demonizzare», quelli che «bisogna dialogare», «fare le riforme insieme», «abbassare i toni» e, soprattutto, «guardarsi dalla piazza». Quelli che in piazza non c’erano mai, né al G8 di Genova, né al Palavobis, né ai girotondi, né al Circo Massimo con Cofferati né in piazza San Giovanni con Moretti e Flores d’Arcais. Quelli che, da quando il marito di Alice, Furio Colombo, resuscita l’Unità facendo opposizione sul serio, «non ci invitano piú in pubblico, fra la gente o in un ristorante» perché non si sa mai. Intanto Previti ghigna perché «anche quelli di sinistra che prima non mi rivolgevano la parola ora sono lí che mi salutano, chiedono consigli e fanno ciao ciao con la mano». Rutelli promette un’«opposizione non urlata». Fassino e D’Alema presentano i cosiddetti libri di Bruno Vespa. E, come Bertinotti presunto leader della «sinistra radicale», non mancano mai a «Porta a porta».

Nascono nuove parole d’ordine, o meglio vecchie parole svuotate di significato per parlar d’altro: «moderato», «riformista», «massimalista», «apocalittico», «demonizzatore», «giustizialista», «bipartisan», «dialogo». Mentre la grande stampa italiana si balocca con questi barocchismi da arcadia settecentesca e i professionisti della politica ammazzano il tempo, a sinistra, trastullandosi fra una Gad e una Fed, i giornali stranieri trovano le parole per raccontare ai colleghi italiani ciò che non vedono piú, o fingono di non vedere. Quando il regime cancella il falso in bilancio, l’Economist parla di «una legge di cui si vergognerebbero persino le repubbliche delle banane». Ma, su 62 quotidiani italiani, solo tre riportano l’articolo: l’Unità a pagina 1, La Stampa a pagina 7, la Repubblica a pagina 15. E quando il ministro Lunardi dice che «con la mafia dobbiamo convivere», quasi tutti relegano la notizia in un trafiletto nelle pagine interne.

(...) Il ducetto si fa una legge su misura dopo l’altra, fa cacciare un giudice che lo sta giudicando, si depenalizza i reati, si rende improcessabile, trascina l’Italia in guerra dopo mezzo secolo, salva per decreto le sue tv dalla Corte costituzionale, licenzia giornalisti e comici dalla Rai con l’editto bulgaro, paragona magistrati, giornalisti e oppositori ai terroristi, ai golpisti, ai kamikaze, organizza commissioni parlamentari come la Telekom-Serbia e la Mitrokhin per calunniare la minoranza, silenzia i cronisti sgraditi («lei è dell’Unità, deve stare zitto»). Ma se qualcuno ­ Montanelli, Sartori, Bocca, Biagi, Cordero, Colombo, Sylos Labini, Luzi e altri tupamaros ­ parla di «regime», viene zittito non dai berluscones: i primi a insorgere sono sempre Fassino e D’Alema. Il primo in compenso riabilita Bettino Craxi. Il secondo trova il modo di criticare anche Borrelli, reo di aver ripetuto per tre volte «resistere». È la linea dell’opposizione che peraltro ­ diversamente dai suoi elettori ­ col regime convive benissimo.

Il libro si chiude con la vittoria di Prodi, con l’urlo di gioia di piazza Santi Apostoli strozzato in gola dall’altalena dei dati nella notte elettorale dei misteri e degli intrighi. Pare finito l’incubo. Invece è lì dietro l’angolo, pronto a tornare in una versione ancor più tetra. Diceva Tom Benetollo: «In questa notte scura, qualcuno di noi è come quei “lampadieri” che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all’indietro, appoggiata sulla spalla con il lume in cima. Cosí il lampadiere vede poco avanti a sé, ma consente ai viaggiatori di camminare piú sicuri». Se però i viaggiatori sono ciechi, c’è poco da illuminare. Grazie, Alice, per questo promemoria. Magari, leggendolo, qualcuno ritroverà la vista.

Marco Travaglio

da www.unita.it - 20 giugno 2008


Basato su tecnologia
Open Source
Creative Commons License Questo sito utilizza una
Creative Commons License
Ultimo aggiornamento
26 novembre 2008