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A fianco di Bakri

Il regista autore del documentario sull'assedio di Jenin, organizzato dalle truppe israeliane nel 2002, verrà processato per vilipendio delle forze armate. Per questo, è stato lanciato un appello in suo sostegno e una diffusione del dvd "Jenin, Jenin", acquistando il quale si contribuisce alle spese processuali.

Cenere, e ancora cenere, e ancora cenere. Una quantità impressionante di macerie, edifici diroccati, sventrati. E sparsi qua e là, segni di una presenza di vita che li ha abitati in un passato più o meno recente: una bambola, un vestito, un corpo. Colpisce, in questa landa di distruzione polverosissima, il contrasto ambientale con un cielo azzurro, libero da nuvole. Colpisce, in questo quadro di distruzione, lo sghignazzare dei bambini che si rincorrono: contrasto assurdo con quel sapore di morte che domina tutto intorno e tutto ingloba. Tranne loro. Era un campo profughi palestinese della Cisgiordania, Jenin, prima che i soldati di Tel Aviv vi facessero ingresso nell' aprile del 2002, quando le divise verdi irruppero nella cittadina distruggendo abitazioni e edifici pubblici, rastrellando quella popolazione civile che, nei decenni, è stata espropriata della terra da Israele e dai suoi coloni e costretta a ricostruirsi qui. Una doppia tragedia che lega il passato al presente, padri e figli annodati insieme da un unico filo, costituito dalla soffocante occupazione, dalla violazione della propria libertà di spostamento, dalla negazione di azioni e gesti comuni, come poter prendere la patente o superare un checkpoint, in terra propria, senza sentirsi estranei. Undici giorni di assedio, dal 2 al 19 aprile, in cui i giovani soldati di David si resero protagonisti di un blitz che poco ha da invidiare ad analoghi massacri compiuti in passato, Sabra e Shatila è un triste modello per tutti. Undici giorni raccontati da chi li ha vissuti. Così la telecamera viene puntata su un giovane sordomuto che mima le 264 ore di sangue, indicando i fori e le crepe sugli edifici, ricostruendo le tappe dell'assedio. Poi un padre di famiglia che parla di come l'ipotesi di convivere con Israele si sia ormai consumata davanti a tutta questa distruzione in cui è stata ridotta Jenin. Fino all' obiettivo che filma gli occhi, scurissimi e tristi, di un bambina in divisa scolastica che parla come una donna matura prima del tempo: il campo è come un albero, cadono le foglie ma il tronco tiene, il tronco è secolare e sarà sempre ricostruito. Metafora di chi fieramente non cede, anche se non ha nemmeno dodici anni, forse, e riflette di politica, di stati, di confini, di morte, arrivando a chiedersi: "dopo quello che ho vissuto, che senso posso dare alla mia vita?". E la storia di un anziano, ferito prima ad una mano e poi ad un piede dalle forze israeliane; privato della possibilità di morire nella propria casa su una terra sentita sua. Rastrellamenti, esecuzioni, violenza su donne, bambini, disabili, minacciati dal fuoco israeliano, costretti sul confine che separa la vita e la morte e che può essere varcato in un solo istante, per un piccolo e normalmente insignificante gesto che, in questo contesto di guerra impari, di Davide contro Golia, diviene, agli occhi del soldato che hai di fronte e che detiene come una moira impietosa potere di vita e morte, atto di ribellione e di insolenza. E l'amarezza verso i fratelli arabi che hanno sacrificato la causa palestinese riducendola quasi a crisi regionale.

Sono immagini nitide quelle con cui Mohammad Bakri, attore ma anche registra israelo-palestinese da sempre schierato a favore della politica dei "due popoli, due stati", ha raccontato questo assedio al campo occupato, dove è giunto solo a massacro compiuto il 26 aprile. Un lavoro che gli è costato l'accusa di vilipendio alle forze armate e per cui Israele chiede circa 500mila euro. Prima udienza il 25 febbraio, la seconda ai primi di marzo. Un processo che arriva dopo un lungo boicottaggio del suo documentario in tutto il Medioriente (è stato infatti comprato solo dalla tv libanese Future) e in tutto il mondo (in Europa lo ha acquistato esclusivamente la tv franco-tedesca Arté senza però trasmetterlo), rimediato da quaranta proiezioni organizzate in tutta Italia che hanno portato a conoscenza un massacro avvenuto nel pieno silenzio della comunità internazionale, che rinnova all'Occidente distante il dramma ma anche la fierezza del popolo palestinese. E soprattutto le sue domande. Quale motivazione, rabbia, sentimento può giustificare la mattanza compiuta a Jenin, il sacrificio di civili, quella carrozzella che spunta tra le macerie di un edificio che forse prima era una casa, o la distruzione del secolare albero di fico a cui una intera comunità guardava come simbolo della propria identità? E l'impossibilità di stimare i morti, forse 600, forse di più, come può essere spiegata? Una conta fino ad oggi impossibile perché nessuna Commissione d'inchiesta nazionale o internazionale è stata mai autorizzata, soprattutto per il veto di Israele e Usa.
Bakri non è una vittima neofita della censura. Il suo documentario d'esordio, nel 1995, dedicato alla Nakba, la "catastrofe palestinese", iniziata con la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948, non è mai stato mostrato in tv, ma è stato comunque visto da moltissimi. Il terreno scivoloso della censura è stato battuto spesso dalle autorità israeliane, così come spesso viene brandita l'accusa di terrorismo o di antisemitismo per colpire il dissenso. Equazione assurda quanto pericolosa, che sfrutta l'atroce feticcio kamikaze per spegnere la critica dei tanti convinti che la convivenza debba passare per il rispetto del diritto, soprattutto da parte di Israele, il quale nasconde sotto questo ambiguo alibi la propria volontà di non attuare il ritiro dai Territori occupati, dalla West Bank a Gaza Strip, rendendo finalmente esecutive le tante risoluzioni Onu.
Ora, un appello è stato lanciato per sostenere Bakri mentre è si è data vita ad una diffusione del suo documentario (il produttore del quale, Iyad Samoudi, è stato ucciso dalle truppe israeliane nel giugno 2003). Acquistando il dvd è possibile contribuire alle spese processuali. Basta collegarsi al sito ilpessottimista.blogspot.com per firmare la petizione e comprare il film.

Marzia Bonacci

da www.aprileonline.info - 21 febbraio 2008


Mohammad Bakri
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Ultimo aggiornamento
26 novembre 2008