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Gli emigrati italiani che hanno attraversato l'Oceano

Lanterna Magica
"Nuovomondo", l'ultimo film di Emanuele Crialese, ora in concorso per l'Oscar. Racconta il viaggio novecentesco di tanti nostri connazionali in America


Nel grande fermento ed entusiasmo che in questi giorni trasmette la Festa internazionale del cinema di Roma, con il valzer di celebrità e star hollywoodiane e le anteprime dei film in concorso, immediatamente lanciate nel circuito commerciale (vedi il film della Kidman o quello di Virzì), si rischia di dimenticare la presenza nelle sale di altre pellicole importanti, specie di autori italiani, che meritano invece un'attenzione meno distratta.

Tra queste, Nuovomondo di Emanuele Crialese, vincitore del Leone d'Argento a Venezia e in concorso quale miglior film straniero per gli Oscar. Un film poetico ed emozionante, ricco di echi e di simboli, di una bellezza visiva raramente figlia del cinema italiano e che peraltro ci presenta uno degli aspetti meno indagati, anche storicamente, dell'emigrazione italiana nelle Americhe: quello del viaggio.

Alle volte infatti ci sono argomenti che non vengono approfonditi, per una specie di voluta amnesia collettiva. Tutti sappiamo, certo, che anche gli italiani un secolo fa erano un popolo di emigranti e partivano per l'Argentina o per gli Stati Uniti, ma il ricordo di quello che siamo stati si perde oggi in una vaga e indistinta idea, alle volte tenuta in vita e messa a fuoco soltanto da alcune pellicole.

Crialese da artista dell'immagine, senza voler trarre conclusioni sociologiche, ci presenta uno spaccato di quell'umanità. Ce ne offre l'immagine storicamente attendibile, attraverso un vero e proprio film in costume, dove la ricostruzione si spinge fino all'adozione dell'originale dialetto siciliano (e difatti il film è sottotitolato in italiano) dei protagonisti.

Lo spettatore assiste così al viaggio della famiglia Mancuso, che dalla Sicilia più arretrata e superstiziosa, parte alla volta del Nuovomondo per andare a ritrovare un figlio, che si crede abbia fatto fortuna. Nella traversata si unisce a loro una giovane donna inglese (interpretata dalla strepitosa Charlotte Gainsburg), anche lei alla ricerca di un visto ufficiale per il territorio statunitense. Il film termina con l'arrivo dei protagonisti a Ellis Island, sorta di "centro di prima accoglienza" dove venivano accolti tutti gli emigranti prima di poter sbarcare sul suolo americano. Lo sguardo non si spinge oltre.

Al di là del facile parallelismo tra la situazione di quei nostri connazionali e quanto avviene oggi in Italia, l'intento di Emanuele Crialese non sta nella nuda e acre polemica. La disastrata nave su cui viaggia la famiglia Mancuso non rimanda alle odierne carrette dei mari o alle piccole imbarcazioni degli scafisti, dove tante persone trovano la morte. Non c'è crudezza, violenza e sofferenza, ma solo il riscatto poetico per un'umanità obliata, forse volutamente obliata.

Il viaggio è un'approssimazione e una liberazione anche. I protagonisti si affrancano dai vincoli della muta superstizione, impersonata dalla madre, maga e guaritrice, unico personaggio che decide di tornare indietro, ed entrano a far parte di una comunità: quella che si instaura con gli altri italiani, dove finalmente si ha un primo barlume di identità nazionale. E non a caso uno di questi personaggi, muto e ancora legato ad una feralità contadina e arretrata, pronuncerà le prime parole proprio sul suolo americano.
Un film dunque denso e fortemente simbolico, in cui Crialese ha affidato ad una serie di immagini di rara intensità visiva il compito, da una parte di ricostruire in termini fortemente realistici il viaggio di questi poveri italiani del primo novecento, dall'altra di trasmetterci il senso di questo rinnovamento interiore. Un film insomma dove non è possibile trovare un unico e unitario senso, perché alle ragioni culturali si assommano e si intrecciano le motivazioni personali del regista.

È questa la forza di alcuni nostri giovani autori, poco inclini a scendere a patti con la distribuzione commerciale e con il mercato, preferendo piuttosto inseguire e realizzare le proprie più intime visioni d'artista. Ma alle volte queste spinte interiori si concretizzano in opere che vanno a toccare il nervo scoperto della nostra società.


Massimiliano Bianconcini

da www.aprileonline.info - 20 ottobre 2006


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Ultimo aggiornamento
26 novembre 2008