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Nozze e baci al pride di Roma

La paura del fallimento, di un pride a dir poco sottotono rispetto agli altri anni c’è stata fino alle prime ore del pomeriggio, quando gli organizzatori srotolano sotto la Piramide lo striscione di apertura del Gay pride 2010. Ed è in quel momento, le 15,20, con più di un’ora di ritardo rispetto al previsto orario di partenza, quando i manifestanti cominciano ad allinearsi dietro i grossi camion che sparano musica a tutto volume mentre la drag queen ballano, che lo spettro del fallimento viene finalmente cacciato via dalle menti di tutti. «Siamo centomila» diranno alla fine gli organizzatori esagerando la partecipazione a un corteo che di certo ha superato le venti, trentamila persone.
Certo, il rischio di una piccola débacle c’era e anche bello forte. Nei giorni scorsi le polemiche interne al movimento omosessuale romano hanno portato un buon numero di associazioni (cinquanta, tra cui anche il circolo Mario Mieli, punto di riferimento storico per gay e lesbiche romane), a disertare l’appuntamento, al punto da spingere Arcigay, Di’GayProject, Gay Lib Roma e Azionetrans, le associazioni organizzatrici del pride, a gridare al boicottaggio. Invece alla fine ha prevalso la voglia di scendere in piazza, seppure a titolo individuale, anche se i punti di divisione restano e anche se molti di coloro che hanno manifestato ieri sono arrivati da fuori. Quello romano del resto ha sempre avuto la valenza di un pride nazionale. Ma, numeri a parte, (che pure contano), la cosa che più premeva agli organizzatori era far vedere che, al di là delle sigle, a Roma il movimento omosessuale c’è ed è capace di farsi sentire. Anche perché l’aria che tira nella capitale, maglia nera in Europa per il numero di aggressioni omofobiche, lo si è capito anche l’altra notte, quando sconosciuti hanno gettato alcuni petardi all’interno del Gay Village ferendo due persone. E come se non bastasse ci si è messa anche Militia Christi, che vicino al Colosseo ha appeso uno striscione con la scritta «Gay Pride: diritti alla perversione». «Continuano a fare striscioni offensivi nei confronti della nostra comunità – commenta Fabrizio Marrazzo, presidente di Arcigay Roma – Ora ci hanno definiti anche perversi e non è più accettabile. Se la legge Mancino fosse estesa anche all’orientamento sessuale questa organizzazione sarebbe stata chiusa».
Non a caso tra le rivendicazioni che i partecipanti al pride fanno al governo, oltre alla possibilità di sposarsi e adottare per le coppie dello stesso sesso, c’è anche l’approvazione di una legge contro omofobia e transfobia. «Non è una legge per favorire gay, lesbiche e trans, ma è una legge di civiltà», spiega Vladimir Luxuria, star indiscussa del corteo, richiesta e fotografata com’è da tutti, non solo dai giornalisti e operatori.
Ma se la violenza oggi fa purtroppo parte della quotidianità delle persone omosessuali, l’affettività non lo è da meno. E per questo prima della partenza del corteo viene celebrato un finto matrimonio tra due lesbiche, con tanto di lancio finale di buquet e a un bacio collettivo che coinvolge tutti. «Chiediamo alle istituzioni di sostenerci non solo in termini di sicurezza,ma anche nel rivendicare i nostri diritti», prosegue Marrazzo, rivolto anche al sindaco di Roma Gianni Alemanno che, pur esprimendo solidarietà per l’aggressione al Gay Village, non si è fatto vedere perché contrario alle istanze del movimento lgbtq.
«Anche la coppia gay è una famiglia», dice uno dei tanti cartelli portati dai manifestanti. E poi: «Né Stato né Dio sul mio corpo», «Vaticano Guantanamo mentale». Mischiati in mezzo a tutti gli altri, e anzi accolti benissimo, ci sono anche i giovani di Gay Lib «gay – come di autodefiniscono – di centrodestra». «La maggior parte di noi è vicina a Fini, ma ci sono anche molti leghisti», dice il segretario, Daniele Priore. Le divisioni interne al movimento? «Stupidaggini, il pride è di tutti, chi non c’è si è preso la responsabilità di non esserci». Sfila anche l’Agedo, l’associazione dei genitori di omosessuali, mentre un altro cartello grida: «Sesso, razza, credo: bello perché vario».
Nonostante la brutta fama che si è fatta anche all’estero (il turismo omosessuale è sceso del 30% proprio a causa delle aggressioni) Roma per una volta mostra il suo lato migliore e accoglie senza ostilità il lungo e colorato corteo del gay pride, al punto che più volte i manifestanti – tra i quali molti eterosessuali – gridano «Roma è gay». Grido ripetuto quando il corteo, passando sotto il Colosseo, si affaccia all’inizio della Gay Street capitolina. La città, in realtà, si accorge poco di questo lungo e allegrissimo serpentone colorato che l’attraversa. Il percorso concordato, Piramide, viale Aventino, Colosseo, via dei Fori Imperiali per finire in piazza Venezia, è pieno più di turisti che di romani, i quali se non sono al mare sono chiusi in casa per sfuggire al caldo o per vedere l’Argentina di Maradona capitolare sotto quattro colpi della Germania. Ma comunque non c’è ostilità. «Noi siamo gay, sono loro a essere diversi», dice l’ennesimo cartello esibito da un ragazzo. Dove «loro», s’intende, sono tutti coloro che non riescono a capire una cosa che pur dovrebbe essere semplice.

di Carlo Lania – 4 luglio 2010

da http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/07/articolo/3013/