Skip to content
 

Quando l’assassino è il governatore

Città del Messico – L’imboscata di un gruppo paramilitare alla carovana di pace che si dirigeva martedì scorso a San Juan Copala, una comunità sperduta nelle montagne dello stato di Oaxaca, oltre a provocare due morti, una mezza dozzina di feriti e alcuni ‘desaparecidos’, per fortuna riapparsi, ha scioccato e indignato l’opinione pubblica messicana, pur abituata a contare le decine di morti lasciati ogni giorno dalla guerra al narcotraffico.
Considerando che quasi tutta la stampa nazionale ha messo la sordina su questo grave attentato a gente pacifica e inerme e che le due maggiori televisioni l’hanno addirittura ignorato, la reazione visibile della società civile – attraverso lettere, interventi, comunicati – è stata davvero impressionante, come un’ultima diga contro la barbarie totale.
Intanto, tre delle cinque persone di cui si erano perse le tracce in seguito all’attacco armato, sono riapparse nella giornata di giovedì e hanno raccontato come sono riusciti a mettersi in salvo fuggendo nei boschi. Uno di loro è l’italiano David Casinori (ma nella lista dei partecipanti alla carovana è iscritto come Davide Cassinari), che si è messo in contatto con l’ambasciata italiana e ha telefonato a Radio Popolare di Milano, spiegando che il suo silenzio si doveva al furto del cellulare.
Gli altri due ‘desaparecidos’ riapparsi – Noé Bautista e David Venegas, due attivisti messicani della Appo (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca) – hanno dichiarato che i due giornalisti dispersi della rivista ‘Contralínea’, Erika Ramírez e David Cilia, stavano ancora vagando nei boschi della zona, affamati e disidratati, per sfuggire alla caccia all’uomo scatenata dai paramilitari.
Ci sono volute altre 24 ore e un elicottero della polizia di Oaxaca, con a bordo il direttore della rivista ‘Contralínea’ e il padre del giornalista David Cilia sorvolando continuamente la zona, per ritrovare i fuggiaschi. Quando i due reporter sono stati ricoverati in ospedale – lui con una ferita a una gamba che si stava infettando, lei in stato di choc ma senza ferite gravi – in molti hanno tirato un sospiro di sollievo.

Il fatto è che i paramilitari dell’Ubisort (Unión de Bienestar Social para la Región Triqui) e del Mult (Movimiento Unificador de la Lucha Triqui) non mollano e continuano a sparare. Dicono che il territorio è sotto il loro controllo e che rispondono solo agli ordini dei loro capi, Heriberto Pazos e Rufino Juárez (due leader del Mult, ndr).
Il giorno dopo la tentata strage di La Sabana – la comunità della regione mixteca, sulla strada di San Juan Copala, in cui i miliziani hanno sferrato l’attacco – la polizia ha dovuto concordare una breve “tregua” con i paramilitari per riuscire a portare via i corpi delle due vittime e i veicoli, ormai inservibili, della carovana. Il governatore Ruiz Ortiz, che ha armato i paramilitari, si guarda bene dal rendere agibile la zona e rilascia dichiarazioni indignanti (“Non sappiamo chi sono realmente questi stranieri, che permessi migratori avessero e che andavano a fare in comunità con problemi”).
L’autopsia praticata sull’attivista messicana Beatriz Alberta Cariño, dell’associazione Cactus (Centro de Apoyo Comunitario Trabajando Unidos) e sul cooperante finlandese Jyri Antero Jaakkola, che lavorava in alcuni progetti per le comunità più povere della regione, ha rivelato che sono morti entrambi per colpi d’arma da fuoco alla testa.
Enclave miserabile in un entroterra già povero, la regione della mixteca di Oaxaca è la terra d’origine del popolo triqui, 40mila anime di cui la metà vive altrove, in Morelos, Veracruz, Sinaloa, Baja California e, naturalmente, Stati uniti. A spingere i triqui ad emigrare sono la povertà del campo, la ricerca di un lavoro, l’ostilità dello stato, l’estrema violenza politica, fomentata dal governo, le minacce dei paramilitari.
La carovana che martedì scorso cercava di raggiungere San Juan Copala aveva la finalità di portare viveri e coperte a questa comunità – un villaggio di una settantina di famiglie –, accompagnare i maestri della sezione 22, il nucleo più combattivo della Appo, a riprendere servizio nelle scuole e mostrare agli osservatori stranieri e alla stampa nazionale le condizioni in cui vivono gli abitanti, aderenti in blocco al Multi (Movimiento Unificador de la Lucha Triqui – Independiente), una scissione del Mult caratterizzata dal filozapatismo e avversa a qualunque accordo con il governo.
Gli abitanti di San Juan Copala subiscono da vari mesi l’assedio dei paramilitari, il taglio dell’acqua e della luce, l’assenza dei maestri di scuola, le minacce delle autorità e delle forze dell’ordine.

Il loro delitto? Aver dichiarato il municipio autonomo il 1º gennaio 2007, con una decisione unanime e pacifica, condivisa da molti altri popoli indigeni, per trovare spazi di partecipazione e rappresentanza poltica. Una decisione che non è piaciuta per niente al faccendiere Ulises Ruiz Ortiz, governatore di Oaxaca negli ultimi sei anni, dichiarato responsabile (ma non castigabile) da una sentenza della Corte Suprema per il clima di violenza che si vive nello stato.
Una violenza istituzionale che comprende una quindicina di esecuzioni, perpetrate dai suoi uomini nel 2006, quando la Appo aveva preso la capitale chiudendo tutti gli uffici pubblici e avviando un’interessante esperienza di autogoverno, così intensa e rivoluzionaria che fu definita “la comune di Oaxaca”.
La carriera di Uro – l’acronimo del governatore, un “dinosauro” del Pri, il partito quasi-unico al potere fino al 2000 – somiglia più a una pratica da tribunale che al curriculum di un politico e parte da una probabile frode elettorale, passa per innumerevoli episodi di repressione, fra cui l’omicidio selettivo del reporter statunitense Brad Will e i famosi “caroselli della morte” contro le barricate dei manifestanti, ha lasciato una scia di carcerati, esiliati, torturati, ‘desaparecidos’ e si chiude, per ora, con la tentata strage di San Juan Copala.
Il 4 luglio prossimo si celebrano in Oaxaca le elezioni per il rinnovo del governatore, del parlamento statale e di 152 municipi che votano con il sistema federale dei partiti (gli altri 418 eleggono le loro autorità con il sistema tradizionale dei popoli indigeni). E’ facile prevedere la vittoria del candidato oppositore, Gabino Cué, che si appoggia su un’alleanza Pan-Prd (destra-sinistra) in funzione anti-Pri. Con tutta probabilità, l’odiato Uro, che il Pri è riuscito a salvare pagando un alto prezzo al Pan e alle politiche del governo, non riuscirà a lasciare il potere a un delfino che gli copra le spalle. E finirà per pagare un lungo conto tutto insieme.
“!Ulises ya cayó! Ya cayó!”, (il governatore è già caduto!) uno slogan urlato prematuramente nel 2006, sta a un passo dall’avverarsi.

di Gianni Proiettis – 2 maggio 2010

da http://blog.ilmanifesto.it/popocate/

Donne triqui