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Unità

Il 12 e 13 marzo sono state due giornate importanti. Lo sciopero della Cgil del 12 ha avuto una buona adesione, con una partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alle manifestazioni molto significativa. Ciò era tutt’altro che scontato, visto l’attacco concentrico che governo, Cisl, Uil e Confindustria hanno mosso contro lo sciopero. Lo stesso vale per il 13, con la grande partecipazione alla manifestazione di piazza del Popolo. Il popolo di sinistra ha dimostrato, ancora una volta, di esserci e di voler lottare per “cambiare lo stato di cose presenti”.

Nonostante i limiti della opposizione parlamentare di Pd e Idv (bastino due esempi: il rifinanziamento della guerra in Afghanistan e l’abrogazione di fatto dell’articolo 18 senza un vero contrasto in Parlamento) e con una “sinistra radicale” debole e divisa, si riconferma che l’Italia non è un Paese pacificato. Che vi è una disponibilità alla lotta di milioni di persone e che queste stesse persone, pur disorientate e disilluse dalle forze politiche della sinistra e anche dei sindacati, non sono rifluite nell’individualismo e nella passività.
Tutto questo, in particolare per noi comunisti, è molto importante ed è una buona base su cui lavorare per ricostruire una “connessione sentimentale” e recuperare credibilità agli occhi di questo popolo.

La manifestazione del 13, inoltre, ha rappresentato un evento particolarmente positivo. Il Pd, per costruire una mobilitazione contro il governo, ha dovuto accantonare le due opzioni praticate in questi anni: la strategia veltroniana e bipartitica, che ha prodotto il disastro del 2008, regalando il governo a Berlusconi; e l’asse privilegiato con Casini, scelta più recente e non definitivamente abbandonata, ma inefficace per realizzare una mobilitazione contro le destre.

Sta di fatto che in piazza del Popolo non vi era né l’autosufficienza piddina e nemmeno l’Udc di Casini, ma tutta la Sinistra. Ciò ha determinato il fatto che non solo quella manifestazione è stata convocata su una piattaforma molto avanzata, come dimostra la connessione tra questione democratica (decreto salvaliste) e questione sociale (legge che svuota l’articolo 18), ma anche che il clima, l’umore, il sentire comune di quella piazza fossero connotati fortemente a sinistra. Il nostro compito ora è lavorare perché quella del 13 marzo non sia una iniziativa isolata, ma la prima di una lunga serie. Sapendo che non sarà né semplice né facile perché nel Pd tenderanno a riemergere le opzioni che puntano ad isolare la Sinistra puntando ad un asse privilegiato con l’Udc. Nostro compito è lavorare per l’esito opposto.

La seconda riflessione che vorrei fare riguarda la Sinistra. La settimana scorsa il Corriere della Sera ha pubblicato i sondaggi di cinque istituti di ricerca. Come è noto i sondaggi possono sbagliare di qualche punto, ma nell’indicare una tendenza difficilmente sbagliano. Tutti e cinque questi istituiti di ricerca ci confermano quanto avvenuto alle elezioni europee: il bacino elettorale della Sinistra, (Federazione della Sinistra e Sinistra Ecologia Libertà, per citare le forze principali rilevate dai sondaggi) è ancora ragguardevole, tra il 5 e il 7 per cento, analogo, quindi, a quello dell’Italia dei Valori e dell’Udc, ma è diviso in due: metà alla Federazione, metà a Sel. Una forza che, essendo divisa, si trasforma in due debolezze. Vedremo quali saranno i risultati delle elezioni regionali, ma il mio convincimento è che dobbiamo trovare le forme dell’unità possibile. Ne sono fermamente convinto.

Non mi sfuggono le differenze significative che esistono tra queste forze, ma il permanere della divisione porta alla estinzione. Siamo troppo autoreferenziali. Il nostro agire è troppo condizionato dai nostri ambiti e dai nostri riti. Credo che questo sia esiziale, poiché non ci consente di cogliere il sentimento profondo della nostra gente, in particolare dei lavoratori e delle lavoratrici, un sentimento decisamente unitario.

D’altra parte se non ci impegniamo in uno sforzo di unità, il percorso mi sembra segnato: Sinistra Ecologia Libertà sarà sempre più subalterna al Pd e perciò (come dimostrano i casi di Campania e Lombardia in queste elezioni regionali) non avrà mai una vera autonomia da esso; a sua volta, la Federazione della Sinistra, pur avendo praticato scelte positive (alleanze basate sui contenuti, centralità del sociale, riaggregazione dopo tanti anni di divisione), fa fatica ad essere percepita come una forza adeguatamente rappresentativa, socialmente e politicamente utile.

Cosa fare dunque sapendo che se si continua così il rischio della marginalizzazione della sinistra di classe potrebbe concretizzarsi e che, però, le differenze che ci sono tra di noi rendono difficile la costruzione di un unico partito? Non ho una risposta precisa ma, forse, quanto sta avvenendo nei due più importanti Paesi d’Europa, la Francia e la Germania può esserci d’aiuto.
In Germania i comunisti della Pds, concentrati soprattutto all’Est, hanno avuto la forza di unirsi ad altre soggettività politiche e sindacali dell’Ovest e in pochi anni sono passati da un partito politico considerato residuale e che non riusciva a superare gli sbarramenti, ad essere la quarta forza del Paese, con un consenso di oltre il dieci per cento. In Francia il Pcf, in una crisi di consenso e di credibilità simile alla nostra, ha avuto la capacità di costruire con forze socialiste e di sinistra un fronte – il Front de Gauche – che nelle elezioni di domenica scorsa ha sfiorato il sette per cento.
Non mi sfuggono le differenze tra realtà e realtà e i diversi fattori, oggettivi e soggettivi, che influenzano le scelte e le decisioni politiche, anche quelle di carattere strategico. Tutto ciò impedisce di assumere e importare meccanicamente dei “modelli”. Tuttavia si tratta di due realtà significative che vanno valutate.
Perché non cominciamo a discuterne?

di Claudio Grassi (Responsabile Organizzazione Prc) – 16 marzo 2010

da http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=14424

Claudio Grassi