La cronaca della resa. Inizia così l’articolo di Roberto Rossi che racconta dell’incontro a Palazzo Chigi per discutere delle sorti dell’Alcoa che non è solo una fabbrica, non sono solo gli stabilimenti di Portovesme e Fusina: si parla qui di un intero settore produttivo, l’alluminio, dell’«italianità» delle nostre imprese (ricordate quanto si parlò di italianità a proposito della cosiddetta compagnia di bandiera, ai tempi di Alitalia?) in definitiva di un pezzo di industria nazionale che l’Italia rischia di perdere senza colpo ferire. La resa è quella della politica. La resa di un governo arrivato tardi e male ad occuparsi di lavoratori e di lavoro, di una regione – la Sardegna – rimasta senza più nulla dopo una rutilante campagna elettorale fatta di promesse come sempre fasulle. Una telefonata dall’America: così l’Alcoa non ci interessa, grazie. Interessi privati contro interesse pubblico uno a zero. Fine della trattativa. Uno schiaffo.
Sempre a Portovesme – ma per un’altra fabbrica, l’Euroallumina, di proprietà russa – Berlusconi aveva promesso (il 12 febbraio dell’anno scorso, a tre giorni dalle elezioni regionali) che la fabbrica non avrebbe chiuso («Ho chiamato Putin»). Un mese dopo gli operai erano in cassa integrazione e non si vedono prospettive di riapertura. Sempre durante la campagna elettorale il premier promise finanziamenti per un totale di quasi due miliardi di euro per la scalcinata viabilità isolana. Si sono ridotti a poco più di cento milioni. L’italianità in Sardegna si vede che non vale. Ci si affida al buon cuore dei padroni stranieri. Ne hanno poco, di buon cuore. La guerra fredda è finita così: con i russi che lasciano l’Euroallumina e gli americani che fanno morire l’Alcoa. Un disarmo industriale sulla pelle della gente. Rinaldo Gianola nel suo viaggio in «Questa Italia» racconta oggi l’agonia del Sulcis. Carbonia doveva essere la riserva energetica nazionale: ascoltate quella gente, sentite oggi quella terra cos’è diventata. Chiedetevi poi come si possa pretendere altro credito da chi, ingannato, è rimasto senza voce. Non sono abbastanza i tetti su cui salire, e alla fine poi ci abitueremo anche a quelli.
Ma c’è altro di più importante di cui occuparsi. A Roma, nella capitale, il Parlamento è al lavoro. In attività frenetica. La Camera ha approvato il «legittimo impedimento». Tutti i processi a Berlusconi sono stati congelati in attesa del lodo Alfano bis, quello chiamato «costituzionale» (l’altro, se le parole hanno un senso, non lo era). È o non è un’emergenza nazionale? È o non è questa la priorità per ciascuno di voi, per ciascuno di noi? Scontro politico al calor bianco. Cartelli in aula, grida, consueti insulti. Il paese paralizzato, incapace di pensare oltre stasera. Coltiviamo intanto la memoria, nell’attesa. Oggi l’ottava puntata della nostra inchiesta «tutti i processi del presidente», quelli che hanno cambiato la legge e stravolto i connotati dell’Italia negli ultimi vent’anni. Tenete il conto, non è finita. Le navi dei lavoratori dell’Alcoa tornano a casa. A Termini Imerese sono in sciopero. Le donne della Omsa al loro picchetto. Se vi affacciate alla finestra un pezzo di questa umanità al macero la vedete anche voi. Purché non siate a Roma, che c’è nebbia. Da largo Chigi non si vede nulla.
di Concita De Gregorio – 3 febbraio 2010
da http://concita.blog.unita.it//Oltre_la_nebbia_971.shtml


