L’occasione era di quelle ghiotte, e culturalmente anche rilevante, soprattutto per coloro che sono a digiuno di riviste politiche e palestre di pensiero: il ministro degli Interni adesso ha una sua rivista e si chiama Libertà civili. Non è una battuta. L’ha presentata ieri Roberto Maroni in persona, a fargli da spalla c’era il ministro del Welfare Sacconi. I due, a proposito di libertà e civiltà, hanno colto l’occasione per annunciare anche la raggiunta intesa sul cosiddetto «permesso di soggiorno a punti», provvedimento che presto verrà trasformato in decreto – e questa è una minaccia.
Il nuovo dispositivo razzista – che se fossimo in un paese normale dovrebbe costringere non solo i sindacati ma milioni di cittadini bianchi che ancora si vogliono civili a scendere in piazza per uno sciopero dei migranti a oltranza senza se e senza ma – si regge su un assunto demenziale che più o meno dice così: ti diamo un patentino, ci devi dimostrare che ti metti in riga, fissiamo 30 punti di «score» minimo da raggiungere, e in caso contrario… fuori dalle palle. Espulso, tu, la tua famiglia, il tuo lavoro, tutto quanto imbarcato su un charter, magari dopo un soggiorno di qualche mese in un Cie (che adesso anche il Pd comincia ad inquadrarli per quello che sono, galere vergognose).
Una volta, ai neri, che aspettavano in catene di sapere per quale padrone e in quale campo di cotone dovevano andare a crepare, venivano controllate le braccia e i denti, come agli animali; oggi invece, siccome un po’ ci siamo evoluti, dovranno sostenere solo degli esamini e compiere «doveri» un po’ meno invasivi. «Io ti suggerisco le cose da fare per integrarti nella comunità – ha sintetizzato Maroni – se le fai ti do il permesso di soggiorno, se non le fai significa che non vuoi integrarti. Lo applicheremo solo ai nuovi permessi di soggiorno». Quali esami? Dovranno dimostrare di conoscere la Costituzione italiana, per esempio, una prova che falcidierebbe almeno i due terzi (siamo ottimisti) del parlamento. E, inoltre, e questo è uno dei punti più qualificanti, gli immigrati dovranno dimostrare di conoscere bene la lingua italiana. E qui sorvoliamo, soprattutto sul fatto che ormai questo paese è stato consegnato nelle mani di persone che non litigano ma si arrendono di fronte a qualunque ipotesi di congiuntivo. Boutade a parte, il provvedimento prevede, come sempre, anche delle vere e proprie vigliaccate. L’obbligo di iscrizione al sistema sanitario nazionale, per esempio, in apparenza sembra una norma di elementare buon senso, ma non lo è in un paese che ha cercato di trasformare i medici in spie contro i «clandestini», e che costringe le persone ad evitare il ricovero in ospedale per non finire nelle mani della polizia. Altra trappola, gli stranieri dovranno dimostrare «la trasparenza dei contratti abitativi», in Italia!, dove un contratto regolare spesso non lo fanno neanche agli italiani, e con gli affitti che nelle grandi città si aggirano attorno ai 700 euro al mese per un monolocale. In sostanza si tratta solo di un altro sistema per braccarli, perché senza regolare affitto potrebbero essere espulsi da un momento all’altro. Tutto questo dispositivo demenziale sarà regolato da un sistema di punteggi: ogni esame corrisponderà a un «voto», e se dopo due anni il malcapitato non raggiungerà i 30 punti, il buon Maroni gli concederà un altro anno per mettersi in riga, ma dopo il terzo anno scatterà l’espulsione.
L’opposizione ha qualcosa da dire (da fare, ci sembrerebbe troppo)? Qualcuno, vivaddio, sa ancora reagire d’istinto, come Gianclaudio Bressa, capogruppo del Pd nella commissione affari costituzionali alla Camera: «Adesso le follie legislative dei mesi scorsi cominciano a dispiegare i loro incredibili effetti. Essere straniero in Italia vuol dire essere soggetto ad una scandalosa lotteria sociale i cui giudici imbrogliano in partenza. Siamo il paese più xenofobo d’Europa». E qui bisognerebbe fermarsi, e magari riflettere per ripartire. Invece no, perché poi intervengono le teste d’uovo del Pd, come Livia Turco, che stigmatizza, poi però si perde in considerazioni che spiegano perché il centrosinistra è così conciato sul tema delle migrazioni e dei diritti. Dice Turco che «in un paese come l’Italia, dove per ottenere il rinnovo del permesso bisogna aspettare più di un anno, il permesso di soggiorno a punti favorirà solo l’irregolarità». Perché, aggiunge, Maroni non può imitare il Canada che ha adottato quel sistema… Insomma, non siamo il Canada. Ecco l’argomento più perdente di tutti. Il permesso a punti non fa schifo perché non si può applicare, fa schifo e basta per una semplice ragione di principio.
di Luca Fazio – 5 febbraio 2010
da http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100205/pagina/06/pezzo/270765/


