La questione morale ai giorni nostri
La Cassazione ha detto sì all’arresto di Nicola Cosentino, dando ragione ai giudici di Napoli che lo considerano uomo della camorra e lo hanno incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Con i Casalesi, scrivono i magistrati, Cosentino “ha contratto un debito di gratitudine”: insomma, è cosa loro. Per cui va arrestato e processato. Niente paura: Cosentino resterà a spasso, coordinatore regionale del suo partito (la PDL) e sottosegretario al Tesoro con delega al CIPE. La Camera ha già provvidenzialmente negato l’autorizzazione all’arresto con un voto provvidenzialmente trasversale e così sia.
Cosentino era il candidato di Berlusconi per la presidenza della Regione Campania e da queste colonne, qualche settimana fa, chiedemmo a quella terra e alla sua politica migliore di dare una risposta di forte dignità a chi considera le istituzioni un suk dove ogni mercimonio, ogni menzogna, ogni compromesso sono benvenuti.
Pensammo che quella risposta, netta e alta, fosse necessaria senza dover aspettare un passo indietro di Cosentino: non si trattava di ostacolare la candidatura di un politico sospettato d’essere uomo dei camorristi ma di affermare l’idea che un’altra politica era ed è possibile: anche a Napoli, anche in Campania. Se esiste un alfabeto dei segni e dei gesti, scrivemmo che quel segno, quel gesto andavano cercati nella scelta di un candidato che parlasse la lingua della verità, non quella della necessità o della mediazione. Ce lo chiedeva la storia giudiziaria e politica di Cosentino, l’arroganza del suo partito, la protervia di quel voto d’assoluzione alla Camera con cui il Parlamento ci aveva mandato a dire che in questo paese la legge non è uguale per tutti: solo per alcuni. I fessi, i deboli, gli sconfitti.
La memoria di quelle giornate ha avuto vita breve, brevissima. A Napoli se ne sono già dimenticati. E ai blocchi di partenza delle primarie del PD, destinato a diventare il candidato ufficiale di quel partito per la presidenza della Regione, c’è oggi il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, uomo elettoralmente molto forte, di collaudata esperienza amministrativa ma con alcuni conti aperti con la giustizia: due rinvii a giudizio per concussione, truffa e falso.
Appena un anno fa l’allora segretario provinciale del PD, l’ ex ministro Luigi Nicolais, ricordava che il suo partito “è nato per rigenerare la politica, e dunque abbiamo approvato un codice etico in cui è scritto che, a partire dalle elezioni provinciali di giugno 2009, si potrà candidare solo chi non ha guai con la giustizia”. Acqua fresca.
Solo che con quel sorso d’acqua abbiamo mandato giù anche il nostro diritto a puntare il dito sui candidati altrui, a modulare tutte le note della nostra indignazione, a parlare – esercizio che ci è sempre consolante – di noi e di loro come se fossero storie politiche inconciliabili. “Loro”, i caporali di Berlusconi, sono quelle che difendono Dell’Utri, elogiano Mangano, se la prendono con le fiction sulla mafia e pensano che il problema, come direbbe Johnny Stecchino, sono gli immigrati e i traffico, mica i camorristi e i loro amici. Loro candidano quelli come Cosentino a governare una terra martoriata e malandata. Noi, invece…
Già: noi. Nell’angiporto della politica, noi elaboriamo codici morali, principi irremovibili, buone e nobili intenzioni. Le mettiamo pure per iscritto, le facciamo recitare a memoria come salmi per la santa messa. Poi ci guardiamo soddisfatti le mani – così candide, specchiate, immacolate – e con due dita prendiamo quei foglietti di carta per affidarli al cestino della spazzatura.
Bei principi, certo, ma quando la partita si fa dura, che facciamo: l’esercito della salvezza? No, la salvezza in questo paese sono i voti, gli accordi, i rapporti di forza e un po’ di sana spregiudicatezza anche se poi ci toccherà chiudere un occhio o tutti e due. Non accade così in Sicilia? C’è una voce che si sia alzata, in questi giorni, per dubitare sull’opportunità dell’inciucio regionale con il governatore Raffaele Lombardo dopo che un collaboratore di giustizia, ritenuto assai attendibile da molte sentenze, ha parlato di antiche frequentazioni tra Lombardo e il boss Santapaola? Qualcuno ha chiesto al signor governatore almeno di smentire pubblicamente? No, non si fa, non conviene. Prima viene la politica, fatta di sano e robusto realismo; poi tutto il resto. Che è appunto acqua fresca.
Ci sarà chi vorrà leggere tra le righe di questo ragionamento un pregiudizio di parte politica. Bontà sua e affar suo.
Noi qui scriviamo semplicemente le cose che questo paese ci ha insegnato nella sua lunga e avventata storia. Un quarto di secolo fa se n’è andato un segretario di partito che pretendeva, per i suoi e per gli altri, il dovere della questione morale. Ma alla lezione di Enrico Berlinguer oggi si preferisce il ricordo commosso di Craxi. Permetteteci di scrivere che così non è per tutti.
di Claudio Fava – 1 febbraio 2010
da http://www.sinistraeliberta.eu/vetrina/la-questione-morale-ai-giorni-nostri


