Un Paese prevalentemente agricolo, povero, tra i più poveri del Pianeta, con una diffusa corruzione e un presidente che governa ininterrottamente da trent’anni, Ali Abdallah Saleh, al potere da quando è caduto nel ‘90 il muro di demarcazione tra Yemen del Nord, filoccidentale, e Yemen del Sud, filocomunista, deciso a rimanerci almeno per i prossimi tre anni, poi chissà. Un Paese bellissimo tra Mar Rosso e Mar Arabico, dove però l’industria dei resort e degli hotel di lusso non ha mai attecchito: prima la guerra civile del ’94 poi le guerriglie endemiche, i predoni, i continui rapimenti di occidentali. Ora è chiamato «il paradiso della nuova Al Qaida», che lo sta trascinando sull’orlo di una guerra a base di droni e incursori Usa.
Eppure lo Yemen non è tutto qui. E non esporta solo cipolle. Anzi, le casse statali a Sanaa sarebbero vuote senza i proventi dell’industria estrattiva degli idrocarburi, da cui provengono il 70 percento delle entrate. Insomma, lo Yemen sarà pure solo al 32° nella classifica mondiale ma è pur sempre un Paese petrolifero, non aderente all’Opec. Nel sottosuolo ha riserve accertate di greggio pari a 4 miliardi di barili. Mica poco.
Le prime trivellazioni negli anni 40 – che speravano di trovare altri giacimenti Gyant o Super Gyant come nel resto della Penisola Arabica di cui lo Yemen è, si può dire, «la coda»- portarono a risultati deludenti. Fu solo nel 1984 la scoperta di una vena considerevole di olio nero: il giacimento di Marib, da cui sgorga ancora la maggior parte del petrolio nazionale, quasi interamente destinato all’esportazione.
Tutto lo sviluppo progettato nei prossimi decenni, incluso i prestiti della Banca Mondiale e di grandi gruppi finanziari privati, si concentra sull’industria estrattiva. C’è già una rete integrata di tre oleodotti, due raffinerie, cinque aree di estrazione – Marib a nord, Masila a sud e le altre nella zona centrale – con 12 pozzi di produzione, 26 di esplorazione, 11 impianti offshore. A trivellare e succhiare idrocarburi fanno a gara 38 società internazionali, tra cui tutte le maggiori. L’Eni ha solo una licenza esplorativa comprata insieme alla Burren Energy, l’Agip ha investito 40 milioni di dollari insieme agli algerini della Sonatrach.
Di fatto a condurre il gioco sono cinque compagnie: la canadese Nexen, i francesi della Total, la norvegese Dno e poi due colossi statunitensi che fanno capo a due grandi amici della famiglia Bush, il californiano Armand Hammer della Oxy e il texano Ray Lee Hunt. Quest’ultimo, assiduo frequentatore della Casa Bianca ai tempi di Bush figlio, ne era diventato anche un consulente per la politica estera. Figurava anche nel consiglio d’amministrazione della Halliburton, tanto cara al vicepresidente Dick Cheney. A fronte di tanto «impegno» nel dopoguerra iracheno ha conquistato la concessione per le enormi riserve di idrocarburi del Kurdistan. È proprio lui ad aver scoperto il petrolio in Yemen nell’84 e tramite la controllata Safer gestisce il giacimento di Marib, con annessa raffineria e porto franco di Aden.
L’affare più grosso però riguarda il gas. Tramite la partecipazione nel consorzio Yemen Lng in tandem con la Total, la Hunt ha costruito un grosso impianto di liquefazione nel porto di Balhaf, terminale ultimo delle pipeline interne. Da lì il gas liquefatto può andare via mare lungo le rotte orientali fino a India e Cina e su quelle occidentali verso i rigassificatori di Europa e America. La prima nave del gas è partita lo scorso 19 novembre. Il luogo è strategico: a Balhaf si potrebbe smistare il gas dell’intera Penisola Arabica, dribblando le grandi pipeline, i loro padroni e i problemi di transito, sempre che il Golfo di Aden fosse «bonificato» dai pirati somali. L’impianto è costato 4,5 miliardi di dollari ma è ancora attivo solo al 23%. Il gas yemenita fa gola. Ha riserve per assicurare 6,7 milioni di tonnellate all’anno per i prossimi vent’anni, 900 milioni di piedi cubi al giorno. Secondo uno studio dell’Università di Cambridge il gas liquido sarà l’affare del secolo dopo il 2020 arrivando a una cifra globale di 460 milioni di tonnellate l’anno. Il signor Hunt pare ci abbia investito in Yemen 8 miliardi di dollari. Ne vorrà 30 o 40 di ritorno.
di Rachele Gonnelli – 11 gennaio 2010
da http://www.unita.it/news/mondo/93584/yemen_laffare_del_gas_nella_terra_di_al_qaeda
segnalato da Giorgio


